Al cinema dal 5 marzo con 01 Distribution
Un bel giorno segna la quarta regia di Fabio De Luigi, che torna dietro e davanti alla macchina da presa affiancato da Virginia Raffaele dopo l’esperienza di Tre di troppo. Se nel precedente film la genitorialità irrompeva come imprevisto destabilizzante, qui è il punto di partenza: una condizione già vissuta, metabolizzata (o forse solo arginata) dai protagonisti.
Tommaso è un imprenditore vedovo che produce infissi e ha fatto della chiusura – fisica ed emotiva – una filosofia di vita. Cresce da solo quattro figlie, organizzando le giornate come compartimenti stagni: lavoro, casa, doveri. Tutto sotto controllo, tutto al riparo. L’incontro con Lara, manager brillante e madre a sua volta, incrina però questa corazza. Il sentimento nasce rapido, ma entrambi scelgono di mentire su un dettaglio decisivo: l’esistenza dei figli. Una bugia speculare che innesca equivoci, sotterfugi e inevitabili collisioni.
La commedia si muove proprio su questo doppio binario: da un lato il desiderio adulto di rimettersi in gioco, dall’altro la paura di scompaginare equilibri familiari già fragili. Il film trova i suoi momenti migliori quando lascia spazio ai ragazzi. I giovani interpreti – nei panni dei figli di Tommaso e Lara – restituiscono freschezza e spontaneità, evitando che la narrazione si appiattisca su dinamiche troppo programmatiche. In particolare, il personaggio di Andrea, adolescente sensibile segnato da episodi di bullismo, introduce una sfumatura più delicata che amplia il raggio emotivo della storia.
De Luigi e Raffaele, coppia ormai rodata, giocano di intesa e ritmo. Lui resta fedele a quella cifra da uomo comune spaesato, capace di far sorridere con minimi scarti espressivi; lei alterna energia e misura, anche se il copione non sempre le concede la profondità che il personaggio avrebbe potuto raggiungere. Quando la sceneggiatura si affida maggiormente alla situazione che alla caricatura, il film funziona; quando invece insiste su soluzioni facili o passaggi poco plausibili, l’ingranaggio perde fluidità.
Il tema centrale è chiaro: riaprire le finestre, metaforicamente e non solo. Non lasciare che il dolore o la delusione definiscano per sempre il perimetro delle proprie relazioni. L’idea di una “famiglia logica”, costruita per scelta e non soltanto per legame biologico, attraversa la storia con leggerezza, senza trasformarsi in manifesto. C’è spazio per il lutto, per la fatica di crescere dei figli, per l’imbarazzo degli adulti che devono reimparare a desiderare.
Nel complesso, Un bel giorno è una favola contemporanea che punta più al calore che alla satira. Non sempre sorprende e talvolta indulge in una comicità prevedibile, ma mantiene un tono gentile e accessibile. È un film che guarda al pubblico familiare senza rinunciare a toccare temi attuali, scegliendo di farlo con toni morbidi e concilianti.
Forse non centra pienamente il bersaglio dell’originalità, ma ricorda con semplicità che rimettersi in gioco è un atto di coraggio quotidiano. E che, anche dopo essersi chiusi al mondo, può arrivare il momento di socchiudere la finestra e lasciar entrare aria nuova.
Alessandra Broglia