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Ci sono film che raccontano una storia, e altri che provano a contenere un intero continente dentro due volti. Vita mia di Edoardo Winspeare appartiene decisamente alla seconda categoria: un’opera ambiziosa, fragile, a tratti irrisolta, ma attraversata da una sincerità rara che la rende comunque degna di attenzione.
Al centro del racconto troviamo due donne lontanissime per nascita, cultura e destino. Didi, aristocratica transilvana trapiantata nel Salento, porta con sé il peso della Storia e della memoria; Vita, donna del popolo, combatte ogni giorno con una quotidianità fatta di sacrifici e rinunce. Il loro incontro potrebbe sembrare il classico scontro tra mondi opposti, ma Winspeare sceglie una strada più sottile: osserva, ascolta, lascia che siano i silenzi e i piccoli gesti a costruire un legame che cresce lentamente, senza forzature.
È proprio in questa dimensione intima che il film trova la sua forza. Dominique Sanda regala una prova magnetica, fatta di minimi movimenti e improvvisi cambi di tono: la sua Didi è fragile e autoritaria, tenera e tagliente, capace di passare da una carezza a una sentenza con disarmante naturalezza. Accanto a lei, Celeste Casciaro costruisce una Vita concreta, ruvida ma profondamente empatica, una donna che sembra conoscere l’animo umano più di quanto la sua istruzione farebbe pensare.
Finché resta nel perimetro del Salento — terra che Winspeare racconta con una familiarità quasi organica — Vita mia funziona con precisione emotiva. Le stanze del palazzo, i corpi segnati dal tempo, i rituali quotidiani diventano teatro di un confronto autentico, mai banale. Poi però il film decide di allargare lo sguardo: la Transilvania, il passato familiare, le ferite lasciate dal Novecento, il nazismo, il comunismo. Ed è qui che l’equilibrio si incrina.
L’ambizione di trasformare una storia privata in un affresco europeo è evidente e, in teoria, affascinante. Ma nella pratica la narrazione si appesantisce: i temi si accumulano, le suggestioni si moltiplicano e il racconto perde quella limpidezza che lo rendeva così coinvolgente nella prima parte. Il viaggio diventa più simbolico che vissuto, e il finale non riesce a restituire tutta l’intensità promessa.
Eppure, anche nei suoi momenti più incerti, Vita mia conserva qualcosa che molti film più “perfetti” non hanno: uno sguardo umano, partecipe, profondamente legato all’esperienza personale del regista. Winspeare parte da una storia di cura — ispirata alla malattia della madre — e prova a trasformarla in una riflessione sulla memoria, sul dolore e sulla possibilità di comprendersi oltre ogni distanza.
Non tutto riesce, è vero. Qualche stereotipo affiora, e l’impianto narrativo fatica a sostenere il peso delle sue ambizioni. Ma quando il film si concentra sulle sue protagoniste, quando lascia spazio ai loro corpi, ai loro silenzi, alle loro imperfezioni, allora riesce davvero a toccare qualcosa di autentico.
Vita mia è, in fondo, questo: un film imperfetto ma vivo, che inciampa mentre prova a dire molto — forse troppo — ma che trova la sua verità negli sguardi di due donne che imparano, lentamente, a riconoscersi.
Alessandra Broglia