Presentato fuori concorso al 78º Festival di Cannes, arriva al cinema dall’11 dicembre con Europictures
Con Vita privata, Rebecca Zlotowski firma uno dei suoi lavori più stratificati, un film che unisce mistero, ironia e introspezione psicologica, senza rinunciare alla leggerezza. Al centro del racconto c’è Lilian Steiner, psicanalista americana ormai da anni perfettamente inserita nella vita parigina. Separata dal marito Gabriel, distante dal figlio Julien – appena diventato padre – e sempre più irrigidita tra regole e routine, Lilian sembra aver perso l’ascolto autentico delle persone che cura.
Il suo equilibrio si spezza quando una paziente, Paula, muore improvvisamente. È in quel momento che il corpo della dottoressa comincia a ribellarsi: piange senza controllo, un sintomo che sfugge alle sue stesse competenze e persino a quelle dell’ex marito, oculista meticoloso ma incapace di dare una spiegazione. In preda allo smarrimento, Lilian finisce nelle mani di un’ipnotista e, attraverso quella guida insolita, si ritrova coinvolta in una storia che mette in discussione la sua identità e il suo passato. Convinta che Paula non si sia tolta la vita, decide di indagare insieme a Gabriel, dando avvio a un’inchiesta che somiglia più a un viaggio nelle zone d’ombra della propria mente che a una detective story tradizionale.
Zlotowski, tra le voci più interessanti del cinema francese contemporaneo, costruisce un film che mescola generi e tonalità con sorprendente fluidità. L’apertura affidata a Psycho Killer dei Talking Heads è già una dichiarazione poetica: Vita privata sarà un gioco mentale, un labirinto ironico e consapevole dove l’intrattenimento e l’autonarrazione si intrecciano. L’arrivo di Jodie Foster, al suo primo film interamente in francese, amplifica questa dimensione: la sua Lilian è una figura severa, lucida, eppure esposta alle crepe emotive, perfetta interprete di un mistero che oscilla tra humour, inquietudine e autoanalisi.
Il film dialoga apertamente con la tradizione del giallo borghese ma guarda anche al cinema di Woody Allen, dove indagine e commedia non sono mai in conflitto. La dinamica tra Foster e Daniel Auteuil richiama quella complicità nervosa e brillante che in Misterioso omicidio a Manhattan sosteneva ogni scambio, ogni sospetto, ogni passo falso. Qui, però, il mistero è solo una superficie: ciò che interessa davvero a Zlotowski è decifrare la protagonista, i limiti della sua razionalità, l’invisibile che attraversa il suo mestiere.
La dimensione personale della regista affiora con delicatezza. Ebrea parigina, violoncellista da adolescente e segnata dalla perdita precoce della madre, Zlotowski costruisce una narrazione che è anche un confronto con i propri fantasmi. Paula, interpretata da una intensa Virginie Efira, continua a parlare da un luogo imprecisato, lasciando alla sua terapeuta messaggi in codice che diventano inviti a ritrovare il senso dell’ascolto, del dubbio, del mestiere.
Pur muovendosi nella zona morbida del giallo psicologico, Vita privata mantiene viva una tensione emotiva che non cerca mai la drammaticità estrema. La psicanalisi diventa oggetto di gioco ma anche strumento di compassione; le idiosincrasie della cultura francese vengono guardate con affetto, filtrate dallo spirito pragmatico e leggermente straniero della protagonista. È un film che affronta temi dolorosi usando l’ironia come forma di protezione e di verità.
La regia, più calibrata che in passato, accompagna una sceneggiatura che non punta alla rigidità del thriller, bensì alla complessità dei suoi personaggi. In questo senso Vita privata è forse il film più maturo di Zlotowski: pur consapevole dei meccanismi del cinema di genere, li piega a un racconto intimo, fragile e a tratti buffo, in cui la ricerca della verità coincide con la scoperta della propria vulnerabilità.
In una breve ma preziosa apparizione, Frederick Wiseman interpreta lo psicanalista che fu il mentore di Lilian: un cameo che sigilla idealmente la riflessione del film sulla conoscenza, sulla memoria e su quel dialogo continuo con ciò che si è perso e continua a parlarci.
Vita privata non è un giallo puro né una commedia pura: è un ibrido intelligente, dove l’investigazione esterna diventa metafora della necessità di guardarsi dentro. Un film che diverte, consola e inquieta in egual misura, senza mai perdere il suo tocco umano.
Ilaria Berlingeri