Diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jafaar Jackson, arriva al cinema il 22 aprile con Universal Pictures
Michael non è un film: è un palcoscenico lucidato a specchio, dove ogni passo è perfetto, ogni luce calibrata, ogni nota familiare. E proprio per questo, paradossalmente, qualcosa sfugge.
Il biopic diretto da Antoine Fuqua sceglie una traiettoria chiara: raccontare l’ascesa, fermarsi prima della caduta, trasformare la complessità in mito. È un’operazione chirurgica, quasi strategica. Si parte dall’infanzia soffocata, dai ritmi imposti, dalle prove estenuanti nel salotto di Gary, Indiana, e si arriva all’esplosione globale del talento. In mezzo, c’è tutto ciò che serve a costruire una leggenda. Ma non tutto ciò che servirebbe a comprenderla.
Il film funziona — eccome se funziona — quando si lascia andare allo spettacolo. Le performance sono ricostruite con una precisione quasi ossessiva, e in quei momenti il cinema sparisce: resta solo l’energia pura, il corpo che si muove, il tempo che si ferma. È lì che Michael diventa esperienza più che racconto. Il consiglio implicito è chiaro: guardarlo con l’audio giusto, lasciarsi travolgere, smettere di analizzare.
E poi c’è Jaafar Jackson, che regge un peso enorme con sorprendente naturalezza. Non imita: evoca. Non copia: assorbe. Il risultato è un’interpretazione che vive soprattutto nei dettagli fisici, nei gesti, nella presenza scenica. Meno incisiva sul piano interiore, ma probabilmente non per colpa sua.
Perché il vero limite del film è a monte: la scrittura non vuole rischiare. Preferisce spiegare invece di interrogare, semplificare invece di scavare. Il rapporto con il padre diventa il fulcro emotivo, ma anche una scorciatoia narrativa: tutto riconduce lì, tutto si giustifica lì. Il dolore infantile come chiave universale, quasi una formula.
Il resto viene levigato. Le zone d’ombra non vengono ignorate: vengono semplicemente tenute fuori campo. Il film non mente, ma seleziona. E questa selezione ha un effetto preciso: costruisce una figura coerente, empatica, difendibile. Forse troppo.
Ne viene fuori un biopic che assomiglia più a un atto di conservazione che a un’indagine. Un film che protegge il suo protagonista invece di metterlo in discussione. Che lo celebra con intelligenza industriale, più che con urgenza artistica.
Eppure, sarebbe ingiusto liquidarlo come operazione fredda. C’è una malinconia sotterranea che affiora: quella di un talento cresciuto troppo in fretta, di un’infanzia mai vissuta, di un’identità rimasta sospesa tra persona e personaggio. È un accenno, non un’esplorazione. Ma basta per lasciare un’eco.
Michael è, in fondo, un grande film incompleto. Non perché manchi qualcosa per errore, ma perché quel qualcosa è stato deliberatamente escluso. E la sensazione, uscendo dalla sala, è duplice: aver assistito a uno spettacolo straordinario — e aver sfiorato appena la verità.
Alessandra Broglia