Un incubo negli abissi dove sopravvivere significa fare pace con il passato. In anteprima alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, arriva al cinema dal 15 ottobre con The Walt Disney Company Italia
E se il luogo da cui dipende la tua salvezza fosse anche la tua condanna? È da questa premessa tanto assurda quanto irresistibile che prende forma Whalefall – Nella Balena, il thriller diretto da Brian Duffield, tratto dal romanzo di Daniel Kraus e in arrivo nelle sale italiane il 15 ottobre 2026.
Protagonista è Jay, interpretato da Austin Abrams, un giovane che si immerge nell’oceano per recuperare i resti del padre Mitt (Josh Brolin), con cui ha condiviso un rapporto difficile, fatto di incomprensioni, rabbia e affetto mai davvero espresso. Ma la ricerca di una sepoltura dignitosa si trasforma presto in un incubo: Jay viene inghiottito da un gigantesco capodoglio e si ritrova prigioniero di un ambiente ostile, con pochissimo ossigeno e un’unica, disperata missione: riuscire a tornare in superficie.
Il tempo diventa il nemico più spietato. Tra spazi angusti, fluidi corrosivi e ostacoli imprevedibili, Duffield costruisce una trappola biologica che trasforma ogni movimento in una scommessa sulla vita. La regia sfrutta con intelligenza l’oscurità e la dimensione soffocante del ventre del cetaceo, alimentando una tensione quasi fisica. Lo spettatore condivide il respiro corto del protagonista, percepisce l’urgenza di ogni decisione e resta sospeso davanti a una natura che non concede seconde possibilità.
Eppure, Whalefall non si accontenta di essere una corsa contro la morte. Nel buio degli abissi riaffiora anche il passato di Jay, che attraverso ricordi e dialoghi immaginati torna continuamente a confrontarsi con il padre. La balena diventa così qualcosa di più di una prigione: è il luogo simbolico in cui il giovane deve affrontare il dolore, il rimpianto e tutto ciò che non è riuscito a dire quando ne aveva ancora la possibilità.
Austin Abrams sostiene il film con un’interpretazione intensa e misurata, dando credibilità alla disperazione di un personaggio costretto a combattere contemporaneamente contro i propri limiti fisici e le proprie ferite emotive. Qualche ripetizione nei passaggi dedicati al rapporto padre-figlio rallenta la narrazione, smorzando a tratti l’efficacia del meccanismo thriller, ma senza compromettere la forza visiva dell’insieme.
Il richiamo a Pinocchio è inevitabile, ma qui il ventre della balena non custodisce alcuna favola rassicurante. L’oceano è indifferente, la sopravvivenza non garantisce una redenzione e il dolore non scompare soltanto perché si è riusciti a salvarsi.
È proprio questa la forza di Whalefall: trasformare una lotta estrema per restare vivi in un viaggio dentro ciò che ci impedisce di andare avanti. Perché riemergere non significa cancellare il passato, ma imparare a conviverci. E, qualche volta, trovare il coraggio di ricominciare.
Alessandra Broglia