Premiato al Festival di Locarno per l’interpretazione di Monica Bellucci, arriva al cinema il 3 settembre con PiperFilm
Palermo, 2012. Giulio ha sedici anni, una famiglia ricca, una scuola privata e apparentemente tutto ciò che dovrebbe servire per costruirsi un futuro. Gli manca però la cosa più complicata da trovare: un motivo per averne voglia. Salta le lezioni, abbandona il calcio, fuma, gira in macchina con gli amici e attraversa le giornate con l’indolenza di chi non aspetta davvero che accada qualcosa.
Poi arriva Ketty. È irriverente, imprevedibile, sessualmente disinvolta ma ancora vergine, e soprattutto sembra avere con Giulio una sintonia immediata: insieme formano una strana coppia di adolescenti persi, che si muovono dentro una Palermo tanto luminosa quanto desolata.
Con Ketticè, Giovanni Tortorici torna a osservare la giovinezza dopo Diciannove, ma cambia prospettiva: qui siamo ancora prima della soglia dell’età adulta, in quel territorio sospeso in cui tutto dovrebbe cominciare e invece sembra già finito. Il suo è il ritratto di una generazione senza grandi desideri, cresciuta tra televisione spazzatura, consumismo, famiglie disfunzionali e un’idea del futuro che non riesce più a esercitare alcuna attrazione.
La cosa più interessante è che Tortorici non racconta questo vuoto attraverso un cinema statico. Fa esattamente il contrario. Il film corre, accelera, rallenta, esplode in montaggi sincopati e sequenze costruite come videoclip. La musica invade le immagini, spesso in modo volutamente sproporzionato: una passeggiata, una serata in discoteca, un giro in macchina acquistano la magnificenza di un momento epico, mentre ciò che accade è quasi sempre irrilevante.
È qui che Ketticè trova la sua idea estetica più efficace: il film è molto più eccitato dei suoi personaggi. La macchina da presa sembra voler trasformare in evento una vita nella quale non succede niente. Il ralenti promette una rivelazione che non arriva, le canzoni celebrano ragazzi incapaci di celebrare qualsiasi cosa, il montaggio dà forma a un’esistenza informe. La superficie è elettrica, il contenuto è un deserto.
E dentro questo deserto Giulio è un protagonista perfetto: non è un ribelle, non è un eroe, non è nemmeno particolarmente infelice. È semplicemente disconnesso. Anche gli adulti sembrano incapaci di offrirgli una direzione: genitori assenti o soffocanti (tra cui spicca Monica Bellucci, nel ruolo della madre, frustrata e intrappolata nelle convenzioni sociali), insegnanti che denunciano la sua apatia senza riuscire a trasformarla in curiosità. Nessuno sembra chiedersi perché un ragazzo non abbia interessi; tutti si limitano a constatare che non ne ha.
A rubare il film è però Rachele Testagrossa nei panni di Ketty, presenza magnetica e sorprendentemente complessa, mentre Salvatore Gallina restituisce a Giulio un’apatia credibile, mai caricaturale. Insieme hanno una chimica naturale che impedisce al film di diventare soltanto un esercizio di stile.
Tortorici rischia, qualche volta, di innamorarsi troppo delle proprie intuizioni formali. Ma è un rischio persino necessario per un autore giovane che sta ancora cercando la propria grammatica. Perché sotto il dialetto, le canzoni, le canne, le minicar e le notti senza meta, Ketticè racconta qualcosa di molto più amaro: una generazione alla quale non è stato insegnato cosa desiderare.
E forse è proprio questo il senso del suo cinema così pieno di movimento: correre, quando non si sa dove andare, è pur sempre un modo per non fermarsi.
Paola Canali