Una grande mostra riporta a Roma il maestro inquieto del Cinquecento fiorentino: oltre 130 opere raccontano la sua pittura audace, sospesa tra sacro, inquietudine e modernità.
Settant’anni dopo l’ultima grande esposizione dedicata a Pontormo, il pittore torna protagonista con una mostra che non vuole soltanto celebrarne la grandezza, ma restituirne tutta la sorprendente attualità. Dal 9 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027, le Scuderie del Quirinale ospitano Pontormo, prima monografica dedicata all’artista fuori da Firenze.
Un viaggio attraverso oltre 130 opere, 84 delle quali di Pontormo tra dipinti, affreschi e disegni, insieme al prezioso manoscritto del Libro mio, il diario nel quale l’artista annotava pensieri, commissioni e frammenti della propria quotidianità. Un percorso in dieci sezioni che segue la sua parabola umana e artistica, dagli esordi alla stagione della piena maturità.
Nato a Pontorme, vicino Empoli, nel 1494 e morto a Firenze nel 1557, Jacopo Carrucci detto Pontormo attraversò uno dei periodi più turbolenti della storia fiorentina: la caduta e il ritorno dei Medici, il sacco di Roma, le tensioni politiche e religiose. Eppure proprio dentro questa instabilità trovò la libertà per reinventare la pittura.
Allievo di Andrea del Sarto e in contatto con alcuni dei protagonisti assoluti del Rinascimento, da Leonardo a Michelangelo, Pontormo non seguì mai docilmente una strada già tracciata. Le sue figure si allungano, i colori diventano improbabili e incandescenti, gli spazi perdono stabilità. La pittura sembra smettere di raccontare il mondo per trasformarlo in una visione.
La mostra lo dimostra fin dalle prime sale, dove la Visitazione giovanile del 1514-1516 introduce il pubblico nel suo universo. Il tema ritorna alla fine del percorso con la celeberrima Visitazione di Carmignano (1528-1532): quattro donne, Maria ed Elisabetta in primo piano e due figure alle loro spalle, sembrano emergere da uno spazio senza coordinate. I colori, irreali e vibranti, cancellano il confine tra storia sacra e apparizione.
È probabilmente qui che si comprende meglio perché Pontormo continui a parlare agli artisti contemporanei. La sua Visitazione ha infatti ispirato The Greeting di Bill Viola, una delle opere video più note dell’artista americano. Un dialogo a distanza di quasi cinque secoli che racconta quanto Pontormo sia ancora capace di suggerire immagini, emozioni e linguaggi.
Il percorso riunisce capolavori difficili da vedere insieme. Dalle Gallerie degli Uffizi arrivano 27 opere, tra cui la Cena in Emmaus, la Madonna con Bambino e San Giovannino e I diecimila martiri. Dal Louvre, dalla National Gallery e dal British Museum, dal Metropolitan Museum of Art, dal Getty e da altre importanti istituzioni internazionali arrivano ulteriori prestiti. Eccezionale anche il ritorno temporaneo della Pietà, o Trasporto di Cristo, dalla cappella Capponi di Santa Felicita.
Tra le tappe più suggestive c’è il ciclo della Passione di Cristo della Certosa del Galluzzo, realizzato tra il 1523 e il 1525 durante il periodo in cui Pontormo e il giovane Bronzino si rifugiarono nella Certosa per sfuggire alla peste. Le lunette, influenzate dalle incisioni di Albrecht Dürer, mostrano già tutta la radicalità di un artista che non teme di rompere con l’armonia classica. Una scelta che gli costò anche la severa critica di Giorgio Vasari.
E poi i ritratti: l’enigmatico Alabardiere, il pensoso Cosimo il Vecchio, i Due amici, immagini nelle quali Pontormo sembra indagare non tanto l’apparenza quanto l’identità dei suoi personaggi. Accanto ai dipinti, una selezione di disegni restituisce il laboratorio segreto dell’artista: corpi studiati dal vero, pose fugaci, muscoli, mani e volti osservati con una libertà sorprendentemente moderna.
La collaborazione con gli Uffizi e con numerosi musei italiani e internazionali ha reso possibile un progetto espositivo di notevole ambizione, curato da Cristina Acidini insieme a studiosi del Cinquecento fiorentino. Ma il vero filo conduttore della mostra resta Pontormo stesso: un artista inquieto, anticonformista, capace di trasformare la crisi del proprio tempo in una nuova grammatica della pittura.
A cinque secoli di distanza, la sua modernità non appare dunque come una curiosità storica. È qualcosa di più concreto: una pittura che continua a mettere in discussione ciò che vediamo e, soprattutto, il modo in cui siamo abituati a guardare.
Pontormo non ritorna semplicemente in mostra. Ritorna a parlarci.
Roberto Puntato