Il nuovo film del regista di Barbarian e Weapons arriverà nelle sale italiane il 17 settembre. I primi 20 minuti mostrano un approccio sorprendentemente diverso dal passato: più umano, grottesco e imprevedibile
C’è qualcosa di particolarmente rischioso nel mettere mano a un mito videoludico come Resident Evil: i fan conoscono ogni corridoio, ogni creatura e ogni regola dell’universo creato da Capcom, e soprattutto hanno già visto Hollywood tentare più volte di trasformarlo in cinema.
Ora la sfida passa nelle mani di Zach Cregger, autore di Barbarian e Weapons, due opere che hanno dimostrato una notevole capacità di muoversi tra tensione, humor nero, disagio e improvvise esplosioni di violenza.
Il nuovo film, atteso nelle sale italiane dal 17 settembre, sembra voler ripartire proprio da qui: non dalla figura del supereroe invincibile, ma da quella di un uomo qualunque scaraventato dentro un incubo troppo grande per lui. Abbiamo potuto vedere in anteprima i primi venti minuti e l’impressione è quella di trovarsi davanti a un Resident Evil decisamente meno prevedibile.
Il film si apre lontano dai cliché dell’eroe armato pronto a fronteggiare l’apocalisse. Al centro della vicenda c’è un corriere incaricato di trasportare materiale biologico estremamente delicato: organi umani destinati a un trapianto, con tempi di consegna praticamente impossibili da rispettare. Una situazione già surreale diventa ancora più complicata quando gli viene proposta una consegna urgente diretta verso Raccoon City. Fuori, una notte gelida, strade innevate e una città che sembra nascondere qualcosa. È sufficiente poco perché quella che sembrava una semplice corsa contro il tempo si trasformi in una discesa nell’orrore.
Ed è proprio il protagonista a rappresentare una delle intuizioni più interessanti di Cregger. Non è un combattente impeccabile, non sembra sapere cosa fare e soprattutto reagisce agli eventi come farebbe una persona normale: si spaventa, sbaglia, cade, urla, improvvisa. In altre parole, si comporta come il giocatore davanti allo schermo durante una partita particolarmente difficile. Una scelta apparentemente semplice, ma capace di cambiare completamente il rapporto dello spettatore con la storia: invece di osservare un eroe dominare l’incubo, lo si accompagna mentre cerca disperatamente di sopravvivere.
È qui che il nuovo Resident Evil potrebbe trovare la propria identità. Cregger sembra infatti intenzionato a sfruttare una delle caratteristiche che hanno reso riconoscibile il suo cinema: la capacità di far convivere momenti grotteschi e situazioni autenticamente inquietanti, lasciando che una risata nervosa possa trasformarsi, nel giro di pochi secondi, in paura. Dopo le precedenti trasposizioni cinematografiche e televisive, questa potrebbe essere finalmente una strada differente: meno interessata a replicare formule già viste e più concentrata sulla sensazione di essere intrappolati in un videogioco che improvvisamente ha smesso di seguire le regole.
Naturalmente, venti minuti non bastano per decretare il successo di un film. La vera sfida sarà capire se Cregger riuscirà a mantenere questa identità per tutta la durata del racconto, spostandosi gradualmente dall’ironia al terrore e costruendo una tensione sempre più claustrofobica. Il regista ha già dimostrato di saperlo fare attraverso una regia attenta agli spazi, alle attese e a ciò che lo spettatore non riesce a vedere. Se questa impostazione verrà sviluppata fino in fondo, il nuovo Resident Evil potrebbe trovare un equilibrio tutt’altro che semplice: essere un grande spettacolo destinato al pubblico mainstream senza rinunciare alla personalità dell’horror più inquieto e autoriale.
Dopo anni di adattamenti che hanno spesso preso strade molto lontane dallo spirito del videogioco, la sensazione iniziale è dunque incoraggiante. Non siamo ancora davanti alla prova definitiva, ma i primi segnali suggeriscono che Cregger abbia scelto di non giocare sul sicuro. E, quando si parla di Resident Evil, forse è proprio questo il modo migliore per tornare ad avere paura.
Ilaria Berlingeri