La fiction Rai firmata da Walter Veltroni trasforma Roma in un set emotivo dove empatia e indagine si intrecciano
Nel panorama della serialità italiana, dominato da investigatori duri e spesso solitari, arriva una figura che rompe lo schema: il commissario Giovanni Buonvino. A dargli volto e sensibilità è Giorgio Marchesi, protagonista di Buonvino – Misteri a Villa Borghese, in onda su Rai 1 il 7 e 14 maggio (con anteprima su RaiPlay il 5 maggio).
La serie, tratta dai romanzi di Walter Veltroni, mette al centro un investigatore fuori tempo massimo: un uomo che guida senza alzare la voce e che preferisce l’intelligenza alla forza. «Un commissario dalla leadership gentile, che usa l’empatia senza perdere autorevolezza, che sa delegare e riesce a leggere le persone», racconta Marchesi, sintetizzando un personaggio che sembra quasi andare controcorrente rispetto ai modelli contemporanei.
Veltroni, che della fiction è anche consulente editoriale, riconosce in pieno questa interpretazione: «Non solo nel carattere e nei modi, ma anche esteticamente posso dire che il Buonvino di Marchesi assomiglia moltissimo al commissario dei miei libri». E aggiunge una chiave fondamentale: «È un direttore d’orchestra e non un solista… uno che usa la testa più che la pistola per arrivare a sciogliere i casi».
Una seconda possibilità, dentro e fuori il commissariato
La storia parte da una caduta: Buonvino è un vicequestore brillante, ma un errore durante un blitz lo allontana dalla carriera operativa. Il trasferimento al commissariato di Villa Borghese — apparentemente il meno dinamico d’Italia — ha il sapore di una punizione. E invece diventa un nuovo inizio.
Qui trova una squadra disomogenea, fragile, quasi un’“armata Brancaleone”. Ma è proprio da questa fragilità che nasce la forza narrativa della serie. «Mi sono innamorato subito di questo personaggio, della sua leadership dolce», spiega lo sceneggiatore Salvatore De Mola. «Ha la capacità di creare una squadra di persone simili a lui, che hanno tutti bisogno di una seconda possibilità».
Accanto a lui, il vice commissario Veronica Viganò, interpretata da Serena Iansiti, è un personaggio altrettanto stratificato: «È un’ispettrice che ha scelto di lavorare proprio lì perché sta cercando di superare un lutto… ma l’arrivo di Buonvino le fa ricordare la ragazza di grandi speranze che era».
Roma come non si vede (quasi) mai
A rendere la serie visivamente distintiva è la scelta di ambientarla quasi interamente dentro Villa Borghese, lontano dalle periferie più raccontate. La regista Milena Cocozza rivendica questa decisione: «Abbiamo cercato di valorizzare una parte di Roma che si tende a trascurare… un luogo incredibile del centro, quasi un’isola nella città».
Non è solo uno sfondo, ma un vero personaggio. I viali alberati, le fontane e i silenzi del parco diventano lo spazio ideale per riflettere, indagare e ricominciare. Veltroni lo sottolinea chiaramente: «Questo luogo ha una grande forza narrativa… è a tutti gli effetti un protagonista della storia».
Il giallo incontra il cinema
C’è poi un elemento sorprendente che aggiunge profondità: l’amore di Buonvino per il cinema. La serie intreccia le indagini con frammenti di film girati proprio a Roma, come Bellissima di Luchino Visconti.
Questa scelta crea un dialogo tra passato e presente, trasformando la città in una mappa emotiva e culturale. «È una delle poche cose della serie che non è già nei miei libri — osserva Veltroni — ma la trovo in linea perfetta con il carattere di un uomo che ama leggere, segue il calcio, ascolta Dalla…».
Un investigatore controcorrente
In un’epoca narrativa dominata da eroi irruenti, Buonvino propone un’altra idea di forza: quella della calma, dell’ascolto, della fiducia negli altri. «Buonvino ci fa capire che le cose si possono affrontare con maggiore morbidezza ma, nonostante questo, senza perdere in autorevolezza», sottolinea Marchesi.
È forse questa la vera scommessa della serie: dimostrare che la gentilezza non è debolezza, ma una forma evoluta di leadership. E che anche nel cuore di un giallo, tra misteri e indagini, può esserci spazio per l’umanità.
Federica Rizzo