In scena dal 19 al 21 febbraio 2026
Dal 19 al 21 febbraio 2026, il TeatroBasilica accoglie Chi ha ucciso mio padre, adattamento teatrale del libro di Édouard Louis, tra le voci più incisive della letteratura europea contemporanea. La regia è firmata da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, mentre in scena troviamo Francesco Alberici, Premio Ubu 2021 come Miglior attore/performer under 35.
Il testo, pubblicato in Italia da Bompiani per Giunti Editore nella traduzione di Annalisa Romani, diventa materia viva in uno spettacolo che intreccia autobiografia e atto d’accusa politico, confessione privata e denuncia pubblica.
Un’indagine personale che diventa processo politico
Il titolo suona come una domanda investigativa, ma il colpevole non è una persona: è un sistema. Nel libro, scritto quando aveva appena ventisei anni, Louis si mette idealmente sulle tracce degli “assassini” del padre. Non si tratta di un delitto in senso stretto, ma di un’esistenza logorata da decisioni politiche, da riforme del lavoro, da tagli al welfare, da un ordine sociale che produce fragilità e poi le abbandona.
L’autore definisce il proprio testo come dettato dall’urgenza, più che dalla letteratura. È una necessità che brucia, un bisogno di nominare le responsabilità di chi governa e di riportare al centro le vite rese invisibili: quelle di chi appartiene a una classe operaia marginalizzata, esposta a una precarietà che non è solo economica ma esistenziale.
Il padre, figura ruvida e contraddittoria, è insieme vittima e ingranaggio di quel meccanismo. Ossessionato da un’idea tradizionale di virilità, incapace di accettare l’omosessualità del figlio, egli incarna le tensioni di un mondo in cui l’identità maschile è fragile e continuamente minacciata. Ma dietro la durezza emergono la fatica, l’umiliazione, la consapevolezza di essere stato sconfitto prima ancora di poter scegliere.
Una “lettera al padre” nel tempo della disuguaglianza
Il testo si presenta come una lunga, dolorosa lettera. Il figlio si rivolge direttamente al padre, dandogli del tu, in un dialogo che per anni era stato impossibile. Il tono alterna tenerezza e accusa, ricordo e analisi, in un continuo slittamento tra dimensione intima e riflessione collettiva.
Uno degli episodi più emblematici racconta la gioia sproporzionata per un piccolo aumento degli aiuti scolastici: cento euro in più diventano motivo di festa, occasione per andare al mare tutti insieme, stipati in un’auto troppo piccola. È un’immagine potente: la politica, che per le classi privilegiate resta quasi impercettibile, per altre famiglie significa la differenza tra sopravvivere e respirare.
In questa prospettiva si comprende la definizione della studiosa americana Ruth Wilson Gilmore, che Louis cita come chiave interpretativa: il razzismo è l’esposizione di alcune popolazioni a una morte prematura. Nel libro, quella morte non è solo biologica: è l’erosione lenta delle possibilità, l’usura del corpo e della dignità. Il padre viene condotto verso una fine anticipata non solo dalle sue scelte, ma dalle politiche che hanno reso la sua vita sempre più fragile.
Non è casuale che Louis venga spesso accostato alla sociologia di Pierre Bourdieu: nella sua scrittura, l’esperienza individuale è inseparabile dalle strutture sociali che la determinano.
Dal libro alla scena: una distanza necessaria
Deflorian e Tagliarini, da anni impegnati in una ricerca che intreccia biografia e rappresentazione, scelgono qui di confrontarsi con le parole di un altro autore, trovando nel testo di Louis un’affinità profonda. La loro regia non cerca l’illustrazione, ma la tensione tra figura e sfondo, tra singolarità e dimensione collettiva.
La scelta di Francesco Alberici come interprete risponde a questa logica: evitare il mimetismo con la voce dell’autore, creare invece uno scarto. È proprio in questa distanza che si apre uno spazio di verità. Non si tratta di far credere al pubblico di trovarsi davanti a Édouard Louis, ma di permettere che la storia di uno diventi la storia di molti.
La scena si fa così luogo di attraversamento: un corpo, una voce, un testo che parla di un padre specifico ma interroga un’intera epoca. Se nel Sessantotto si proclamava simbolicamente l’uccisione dei padri, qui la prospettiva si rovescia: è il potere ad aver “ucciso” i padri, svuotandoli di forza e di futuro.
Un teatro che rimette al centro le vite invisibili
Chi ha ucciso mio padre è uno spettacolo che non concede consolazioni. È un’opera che riporta al centro la parola “rivoluzione” — pronunciata nel testo dal padre stesso — e la carica di un’inquietudine che attraversa la Francia profonda ma parla a tutta l’Europa.
In un tempo in cui la letteratura e il teatro sembrano talvolta rinunciare alla forza della denuncia, questo lavoro recupera una dimensione politica radicale senza sacrificare l’emozione. La relazione tra padre e figlio resta il cuore pulsante del racconto: un legame ferito, mai del tutto ricomposto, ma finalmente nominato.
Al TeatroBasilica, per quattro giorni, quella domanda — chi ha ucciso mio padre? — non resta sospesa. Diventa un atto pubblico, una chiamata in causa, un invito a guardare oltre le responsabilità individuali per interrogare le strutture che decidono, spesso in silenzio, chi può vivere pienamente e chi invece viene lasciato indietro.
Roberto Puntato