Presentato fuori concorso nella sezione “Rosso di sera” della 17ª edizione del BIF&ST, arriva al cinema il 2 aprile con Walt Disney
C’è una domanda che aleggia per tutto il film, sottile ma insistente: quando finisce davvero una relazione? Non quando si firma un divorzio, né quando si smette di condividere un letto. Piuttosto, quando si smette di riconoscersi. Ed è proprio in questo spazio sospeso che si muove È l’ultima battuta?, il terzo film da regista di Bradley Cooper, un’opera che scava nelle crepe dell’amore con una delicatezza sorprendente.
Ambientato in una New York City autunnale e malinconica, il film segue Alex Novak (Will Arnett) e Tess (Laura Dern), una coppia che ha deciso di separarsi senza distruggersi. Un equilibrio fragile, costruito più per necessità che per convinzione, soprattutto per proteggere i figli. Ma le emozioni, si sa, non rispettano gli accordi.
Il cuore pulsante della storia nasce quasi per caso: una serata open mic al Comedy Cellar. Qui Alex scopre la stand-up comedy, trasformando il palco in una sorta di confessionale pubblico. Le sue battute fanno ridere, sì, ma soprattutto fanno male. Perché sotto l’ironia si nasconde una verità nuda, che riguarda lui, il suo fallimento, e quella distanza emotiva che ha scavato senza accorgersene.
Parallelamente, Tess prova a ricostruirsi altrove, tornando a una passione dimenticata e ritrovando un’identità che non dipende più dal matrimonio. I due avanzano così su linee parallele, sfiorandosi continuamente, incapaci di tornare insieme ma anche di separarsi davvero. È un “né con te né senza di te” che richiama lo spirito di François Truffaut, ma senza tragedie urlate: qui il dolore è sommesso, quotidiano, quasi domestico.
Cooper dirige con uno sguardo intimo, quasi pudico. La fotografia di Matthew Libatique avvolge i personaggi in luci soffuse, tra interni caldi e una città che sembra osservare in silenzio. Tutto contribuisce a creare quella sensazione di limbo emotivo: un luogo dove si resta fermi, anche quando la vita continua a scorrere.
Le interpretazioni sono il vero motore del film. Arnett e Dern lavorano per sottrazione, lasciando emergere crepe, esitazioni, desideri non detti. Non c’è mai eccesso, mai teatralità: solo una verità emotiva che ricorda il cinema di John Cassavetes, fatto di sguardi più che di parole.
E poi c’è la musica. Under Pressure dei Queen ritorna come un’eco, un filo invisibile che tiene insieme tutto: la pressione delle aspettative, delle scelte mancate, delle vite non vissute. Quando esplode nel finale, non è solo una canzone: è una liberazione.
È l’ultima battuta? non cerca risposte facili. Non offre riconciliazioni consolatorie né rotture definitive. Racconta invece qualcosa di più complesso e reale: la possibilità che un amore finisca senza smettere di esistere. E che, forse, per andare avanti, bisogna prima imparare a stare da soli sul proprio palco, microfono in mano, chiedendosi: “funziona ancora?”
Ilaria Berlingeri