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Il bello della saga de La Casa è che non ha mai avuto paura di cambiare pelle. Dai boschi maledetti di Sam Raimi alle derive action e grottesche di Ash, passando per i reboot più cupi degli ultimi anni, il franchise ha sempre trovato nuovi modi per trasformare l’orrore senza tradire la propria identità. Con La Casa – Il rogo del Male, il regista francese Sébastien Vaniček sceglie una direzione ancora diversa: usare il gore come lente per osservare una famiglia ormai consumata da segreti, rancori e violenza.
L’idea alla base del film è intrigante. Alice, rimasta vedova, raggiunge la villa isolata della famiglia del marito per quella che dovrebbe essere una dolorosa riunione familiare. Ben presto, però, il lutto lascia spazio all’incubo. Le possessioni demoniache non rappresentano soltanto il motore horror della vicenda, ma sembrano amplificare tensioni che esistevano già prima dell’arrivo del Necronomicon. I Deadite diventano così il volto mostruoso di relazioni tossiche, traumi mai affrontati e silenzi tramandati di generazione in generazione.
È probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’opera. Vaniček prova ad allontanarsi dalla semplice carneficina per raccontare come certi legami familiari possano trasformarsi in una prigione emotiva. Il matrimonio, il senso del dovere, la fedeltà ai propri cari e perfino il lutto assumono contorni inquietanti, fino a suggerire che il male più difficile da sconfiggere non sia quello soprannaturale, ma quello che nasce all’interno delle mura domestiche.
Peccato che queste intuizioni rimangano spesso sullo sfondo. La sceneggiatura introduce temi importanti senza approfondirli davvero, preferendo interrompere ogni riflessione per lasciare spazio a una nuova esplosione di violenza. Il risultato è un racconto che alterna momenti ricchi di significato ad altri in cui la spettacolarizzazione prende inevitabilmente il sopravvento. Anche alcuni personaggi secondari finiscono per risultare poco sviluppati, limitando il coinvolgimento emotivo.
Se sul piano narrativo emergono alcune incertezze, dal punto di vista visivo il film trova invece la propria forza. Vaniček costruisce un horror estremamente fisico, privilegiando effetti pratici, make-up prostetico e incendi reali. Il sangue scorre in abbondanza, le mutilazioni sono realizzate con notevole cura artigianale e ogni sequenza cerca di trasmettere una sensazione concreta di dolore e devastazione. È uno splatter sporco, materico, più vicino all’estremismo dell’horror europeo contemporaneo che all’umorismo nero dei capitoli classici.
Anche la fotografia contribuisce a creare un’atmosfera opprimente. Toni freddi, ambienti soffocanti e una villa che sembra divorare lentamente i suoi abitanti trasformano la casa nel vero antagonista della storia. L’isolamento diventa parte integrante della tensione e accompagna la progressiva discesa della protagonista in un incubo sempre più brutale.
Souheila Yacoub offre una prova convincente, scegliendo una recitazione misurata che rende Alice una protagonista credibile, fragile ma determinata. Non cerca mai di imitare il carisma iconico di Ash Williams: il suo è un percorso di sopravvivenza più intimo e realistico. Buono anche il contributo del resto del cast, con una menzione particolare per Tandi Wright, capace di trasmettere inquietudine anche nei momenti più silenziosi.
Il ritmo, invece, convince solo a metà. Dopo un avvio piuttosto lento, il film accelera improvvisamente trasformandosi in una lunga escalation di violenza che non concede quasi mai tregua. L’impatto visivo è notevole, ma la continua ricerca dello shock finisce per sacrificare parte della suspense, affidandosi spesso a meccanismi prevedibili e a jump scare di facile effetto.
Alla fine La Casa – Il rogo del Male è un horror che funziona soprattutto come esperienza sensoriale. Colpisce per la qualità degli effetti pratici, per la brutalità delle sue immagini e per una regia che dimostra personalità. Meno efficace, invece, quando prova a dare profondità ai temi che introduce, lasciando la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata.
Pur senza raggiungere l’equilibrio dei migliori capitoli del franchise, il film conferma la volontà della saga di sperimentare continuamente nuovi linguaggi. È un’opera imperfetta ma coraggiosa, che mette il sangue al servizio di un orrore più intimo: quello delle ferite che le famiglie si tramandano molto prima che un antico libro maledetto venga aperto
Ilaria Berlingeri