Un monologo corale che mette a nudo paure, giudizi e fragilità della società contemporanea
Dal 26 al 28 marzo 2026, il palco del TeatroBasilica accoglie il debutto di Non è uno sport acquatico, nuova creazione firmata, diretta e interpretata da Daniele Parisi. Uno spettacolo che promette di lasciare il segno, muovendosi tra il grottesco e il tragico con uno sguardo lucido e spietato sulle contraddizioni del nostro tempo.
Prodotto da Altrascena in collaborazione con Fortezza Est, il lavoro si presenta come un “monologo a più voci”: un ossimoro teatrale che diventa cifra stilistica e dispositivo narrativo. Parisi dà corpo a una comunità intera, restituendone nevrosi, paure e ossessioni attraverso un unico interprete che si moltiplica in scena.
Il punto di partenza è tanto semplice quanto destabilizzante: in un tardo pomeriggio d’estate, su un cornicione di una palazzina qualunque, compare l’avvocato Fideli. Immobile, sospeso, forse sul punto di gettarsi nel vuoto. Un’immagine che basta a incrinare la quiete apparente di un condominio e a scatenare una reazione a catena tra i suoi abitanti, rimasti in città mentre tutti sono in ferie.
Da qui si sviluppa una tragicommedia che mette a fuoco il bisogno umano di spiegare tutto, anche quando mancano strumenti e competenze. Tra filosofia improvvisata e psicologia da supermercato, i personaggi si affannano a interpretare l’accaduto, dando vita a una gara surreale a chi “la spara più grossa”. Il risultato è un affresco ironico e crudele, in cui il ridicolo sfiora costantemente il dramma.
La regia sceglie la sottrazione: lo spazio scenico è ridotto all’essenziale, privo di qualsiasi orpello visivo. Al centro, la voce. Parisi costruisce dal vivo un tessuto sonoro grazie all’uso della loop-station, incidendo e stratificando suoni che diventano scenografia invisibile e pulsante. Un lavoro artigianale che riporta l’attenzione sull’attore e sulla sua capacità di creare mondi con il solo strumento vocale.
In un’epoca dominata dall’immagine, Non è uno sport acquatico rivendica la forza del teatro come luogo dell’ascolto e dell’immaginazione. E lo fa raccontando, con sarcasmo e inquietudine, l’incapacità contemporanea di stare al mondo — sospesi, proprio come quell’uomo sul cornicione, tra il desiderio di capire e la paura di guardare davvero.
Roberto Puntato