In anteprima mondiale al Taormina Film Fest, arriva nelle sale dal 26 agosto con 01 Distribution
Ci sono film che sembrano sapere perfettamente cosa vogliono essere e altri che, al contrario, trovano la propria identità proprio nel tentativo – spesso accidentato – di tenere insieme anime diverse. La vendetta perfetta – Bear Country, diretto da Derrick Borte e interpretato da Russell Crowe, appartiene decisamente alla seconda categoria. È un thriller criminale che cambia pelle più volte, oscillando tra noir crepuscolare, commedia nera, action e parabola sulla possibilità di ricominciare. A volte il risultato è sorprendentemente divertente; altre, inevitabilmente, un po’ sfilacciato.
Anche il titolo racconta, involontariamente, questa difficoltà nel trovare una direzione precisa. L’originale Bear Country ha avuto una storia distributiva piuttosto tormentata, mentre il film è stato presentato anche come The Get Out. L’aggiunta italiana, La vendetta perfetta, sembra promettere una storia di regolamenti di conti che in realtà non costituisce il vero cuore del racconto. Al centro c’è piuttosto una fuga: quella di un uomo che ha trascorso troppo tempo vicino al crimine e che finalmente sogna di uscirne.
Manko Kapac, interpretato da un Russell Crowe volutamente appesantito e malinconico, è il proprietario di un nightclub di Los Angeles. Ha denaro, esperienza e rapporti poco raccomandabili con il mondo della criminalità organizzata, ma soprattutto ha raggiunto quel momento della vita in cui anche un’esistenza costruita sul rischio comincia a stancare. Vorrebbe vendere il locale, lasciare gli Stati Uniti e costruire una vita tranquilla accanto alla donna che ama. Il problema è che il passato, quando si è costruito sulle fondamenta sbagliate, raramente accetta di essere lasciato alla porta.
La miccia viene accesa da una rapina tanto maldestra quanto decisiva. Aaron Paul veste i panni di un uomo comune precipitato in una situazione criminale più grande di lui, mentre Nina Dobrev entra progressivamente in scena come una bizzarra e spericolata funzionaria di banca con ambizioni da Bonnie e Clyde. È soprattutto questa coppia improbabile a imprimere al film una brusca sterzata verso la commedia nera. Le loro sequenze hanno un’energia quasi anarchica, fatta di decisioni sbagliate, improvvisazione e una certa irresistibile stupidità criminale.
Ed è proprio qui che La vendetta perfetta trova alcuni dei suoi momenti migliori. Dobrev, in particolare, sorprende con una performance sopra le righe e perfettamente consapevole dell’assurdità della situazione, mentre Paul costruisce un personaggio più fragile che criminale, un uomo trascinato nel caos dall’incapacità di gestire la propria vita. Il loro rapporto funziona perché non pretende di essere realistico fino in fondo: è una parentesi grottesca dentro un film che, quando torna su Crowe, recupera immediatamente un tono molto più cupo.
Questa alternanza è però anche il principale limite dell’opera. Le due anime del film non sempre riescono a convivere. Da una parte c’è il Manko malinconico e sentimentale, un uomo che tenta di sottrarsi alla propria storia e che trova nella relazione con la compagna una possibilità di redenzione; dall’altra ci sono rapine, poliziotti corrotti, cartelli, criminali caricaturali e situazioni che sembrano provenire da una commedia criminale completamente diversa.
Il risultato può disorientare, soprattutto nella prima parte, quando la storia accumula personaggi e sottotrame senza rivelare immediatamente dove voglia andare. Il misterioso acquirente interessato al nightclub, il cartello della droga, il detective ricattatore, i ladri improvvisati: ogni elemento sembra appartenere a un film autonomo e solo gradualmente i fili vengono annodati.
Eppure proprio questa struttura a incastro finisce per avere una sua efficacia. Gli eventi precipitano l’uno nell’altro come tessere di un domino e quello che inizialmente appare come un semplice furto diventa progressivamente una minaccia molto più grande. Il film non cerca sempre la soluzione più sofisticata e talvolta procede con una certa ingenuità, ma conserva una qualità oggi non così frequente: il gusto di raccontare una storia criminale senza vergognarsi di essere anche spettacolare, esagerata e apertamente ludica.
I riferimenti cinematografici sono evidenti. Si respira l’eco del noir criminale americano, con il nightclub come luogo di confine tra rispettabilità e illegalità, mentre Carlito’s Way sembra aleggiarvi per l’idea dell’uomo di malavita che vorrebbe finalmente uscire dal giro. Point Break viene persino evocato esplicitamente, anche se più come strizzata d’occhio che come vero modello narrativo. E quando la violenza esplode, Borte non si tira indietro, scegliendo momenti brutali e fisicamente espliciti che contrastano ancora di più con l’umorismo delle sequenze precedenti.
Derrick Borte, già regista di Il giorno sbagliato, conosce bene il modo di trasformare un conflitto apparentemente circoscritto in una spirale di minacce sempre più grandi. Qui, tuttavia, sembra meno interessato alla tensione pura che al gioco di contaminazione tra generi. Non tutto funziona allo stesso livello, ma il film possiede una personalità sufficientemente irregolare da non risultare mai completamente prevedibile.
Russell Crowe, invece, è una presenza più solida che realmente sorprendente. Il suo Manko è un personaggio costruito sul contrasto tra durezza e tenerezza: può muoversi nel mondo criminale con naturalezza, ma allo stesso tempo desidera una normalità quasi disarmante. Arriva persino ad accettare la meditazione, attività che detesta, pur di assecondare la donna che ama. Quando la situazione precipita, torna inevitabilmente alla versione più muscolare di sé, trasformandosi in una sorta di eroe d’azione improvvisato.
È una parte che Crowe riesce a sostenere soprattutto grazie al suo carisma, anche quando la sceneggiatura non gli offre abbastanza sfumature. Paradossalmente, il film sembra più interessato ai personaggi secondari che al suo protagonista: Paul e Dobrev hanno maggiore libertà di giocare con i rispettivi ruoli, mentre Crowe rimane spesso al centro della storia senza poterla davvero dominare.
Eppure sarebbe ingeneroso liquidare La vendetta perfetta come un thriller malriuscito. È, piuttosto, un film imperfetto che trova il proprio equilibrio proprio nella sua imperfezione. Non sempre i toni si incastrano, alcune svolte sono fin troppo comode e certi personaggi sembrano usciti da un fumetto criminale; ma la narrazione procede con sufficiente ritmo e, soprattutto, mantiene una genuina voglia di divertire.
Il vero tema, alla fine, non è la vendetta ma la fuga. Fuggire dal passato, dal denaro sporco, dai rapporti criminali e perfino dall’immagine di sé che gli altri hanno costruito. Manko vorrebbe semplicemente arrivare alla fine della propria storia senza doverne pagare ancora il prezzo. Il paradosso è che, per riuscirci, sarà costretto a tornare proprio nel territorio dal quale desiderava allontanarsi.
Tra criminali, rapinatori improvvisati, poliziotti corrotti e milionari eccentrici, Borte costruisce così un piccolo universo volutamente sopra le righe, dove il dramma convive con il grottesco e la violenza con un umorismo talvolta demenziale. Non tutto è calibrato alla perfezione, ma non manca una certa sincerità artigianale: La vendetta perfetta non vuole essere il nuovo Carlito’s Way, né pretende di reinventare il thriller criminale.
Vuole soltanto raccontare una storia di uomini che cercano disperatamente una via d’uscita, anche quando hanno contribuito loro stessi a costruire il labirinto.
Ed è forse questa la sua piccola, inattesa vittoria: un film irregolare, a tratti ingenuo e certamente non memorabile, ma abbastanza divertito e divertente da meritare qualcosa di più di una semplice condanna.
Paola Canali