Al cinema dal 27 agosto con I Wonder Pictures
Ci sono persone che passano la vita a cercare la propria voce. E poi ci sono quelle che, prima ancora di trovarla, cominciano a parlare a volume altissimo per convincere gli altri – e soprattutto se stesse – di averla già. È questo il giovane Tony (Dominic Sessa) raccontato da Matt Johnson: diciannove anni, una passione dichiarata per la scrittura, una borsa di studio che è convinto di meritare e una ragazza, Nancy (Emilia Jones), che vorrebbe conquistare a colpi di fascino e millanterie.
Quando la borsa sfuma, Tony fugge a Provincetown e finisce in una cucina dove, tra ostriche, padelle roventi, alcol, rabbia e personaggi improbabili, scoprirà qualcosa che non stava cercando. O forse sì: un posto in cui essere finalmente qualcuno.
Liberamente ispirato a Kitchen Confidential, Tony evita con intelligenza la trappola del biopic celebrativo. Non racconta il mito di Anthony Bourdain, ma il ragazzo che ancora non sa di poterlo diventare. Un ragazzo insicuro, vanitoso, bugiardo, teneramente scombinato, che inventa storie perché la propria gli sembra ancora troppo piccola. La scrittura, in fondo, è soltanto il primo travestimento di un’identità ancora in costruzione.
Il film trova così la sua idea più bella proprio nel rapporto tra vedere ed essere visti. Tony vuole impressionare Nancy, ottenere l’approvazione della madre, dimostrare di avere talento. Ma non sa ancora che il talento, quando arriva, non si proclama: si conquista. Lavando piatti, aprendosi le mani, bruciandosi, osservando gli altri, imparando la disciplina e il caos di una cucina che diventa lentamente il suo palcoscenico.
Dominic Sessa, dopo The Holdovers, regala al protagonista un’interpretazione nervosa ma mai sopra le righe, capace di rendere Tony ridicolo e commovente nello stesso momento. Ma è Antonio Banderas, nei panni del folle e generoso chef Ciro, a prendersi spesso la scena, mentre Leo Woodall trasforma Sal in una miscela esplosiva di carisma, autodistruzione e pericolo.
Matt Johnson dirige con uno stile volutamente irregolare, quasi febbrile, assecondando il disordine emotivo del protagonista. L’estate del 1975 diventa così un piccolo laboratorio umano, malinconico e surreale, dove ogni personaggio sembra essere alla ricerca di una via di fuga. Più che raccontare una carriera, il film racconta una metamorfosi.
Ed è forse questa la sua intuizione più riuscita: Tony non è ancora Anthony Bourdain. È semplicemente un ragazzo che ha bisogno di diventare qualcuno prima di capire chi è. La cucina gli offrirà la materia, la scrittura la voce e la vita qualcosa da raccontare. Il resto, come spesso accade nei veri romanzi di formazione, arriverà dopo.
Ilaria Berlingeri