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Aldo Marín Piñones arriva in Italia per lasciarsi alle spalle una guerra. Finisce per trovarne un’altra. È questa la contraddizione al centro de Il Cileno, il film di Sergio Castro-San Martín che trasforma l’esilio di un giovane socialista cileno in un viaggio dentro le contraddizioni dell’Italia degli anni Settanta.
Il titolo dice già tutto. Aldo è prima di ogni altra cosa il Cileno: non soltanto un uomo, ma un’identità che gli resta addosso come un marchio. È lo straniero, quello che osserva un Paese senza riuscire a decifrarlo fino in fondo, mentre porta con sé una famiglia lontana e una patria dalla quale è stato costretto a fuggire. Nel 1976 Torino diventa il suo nuovo approdo e, insieme, una nuova trappola.
Interpretato da un intenso Camilo Arancibia, Aldo è un ex minatore, socialista ed esperto di esplosivi. Dovrebbe lavorare, mettere da parte il denaro necessario per ricongiungersi con la moglie e il figlio neonato. Ma il lavoro non basta, il salario non arriva e la realtà italiana lo trascina rapidamente altrove. L’incontro con un gruppo extraparlamentare di sinistra trasforma la sua competenza in una merce preziosa: Aldo sa costruire bombe e per questo diventa utile alla rivoluzione.
Il paradosso è feroce: un uomo che sogna di tornare a casa viene inghiottito da una causa che non è la sua. Fabbrica ordigni senza interrogarsi davvero su chi li userà, attraversando la violenza quasi come un tecnico, non come un ideologo. È un personaggio sospeso tra appartenenze che non riesce più a ricomporre.
Castro-San-Martín evita di trasformare questa storia in un thriller politico tradizionale. La tensione è più sotterranea che spettacolare. Torino appare livida, inquieta, quasi irreale, immersa nella fotografia scura di Simon Guy Fässler. Le esplosioni che Aldo prepara sembrano anticipare una detonazione più intima: quella di un uomo progressivamente consumato dall’esilio, dal senso di colpa e dall’impossibilità di tornare alla vita che aveva lasciato.
Accanto a lui, Luciana, interpretata da Sara Serraiocco, rappresenta una delle figure più interessanti del film. Medico, anarchica e impegnata ad aiutare le donne negli aborti clandestini, è il personaggio che più di tutti sembra comprendere la differenza tra ideologia e responsabilità. Il suo rapporto con Aldo introduce una possibilità diversa, più umana, ma anche questa linea narrativa rimane in parte inesplorata.
Perché Il Cileno suggerisce molto più di quanto riesca a sviluppare. Il dialogo tra il Cile di Pinochet e l’Italia degli anni di Piombo è una premessa potentissima, ma rimane spesso sullo sfondo. La grande Storia filtra attraverso televisioni, discorsi e frammenti di realtà, mentre il film preferisce concentrarsi sull’uomo che ne subisce le conseguenze. Una scelta legittima, persino interessante, ma che a tratti lascia scoperti proprio i conflitti interiori che avrebbero dovuto alimentare il racconto.
Eppure è proprio questa incompletezza a rendere il film stimolante. Aldo non è un eroe, né un martire, né un rivoluzionario convinto. È un uomo che cerca una strada per tornare dalla propria famiglia e finisce per allontanarsene ancora di più. Un esule che, nel tentativo di ricucire la propria vita, accetta di diventare parte di una storia che non gli appartiene.
Il Cileno resta così il ritratto di una distanza: quella tra una patria perduta e un Paese straniero, tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che gli eventi ci costringono a diventare. E in quella distanza, più che nelle bombe, il film trova la sua vera esplosione.
Ilaria Berlingeri