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Cosa rimane di noi quando il corpo smette di essere qualcosa che possiamo controllare? È da questa domanda, più che dal mondo scintillante della moda, che prende forma Couture, il nuovo film di Alice Winocour. Durante la frenetica Paris Fashion Week, tre donne apparentemente lontanissime finiscono per sfiorarsi: Maxine (Angelina Jolie), regista americana arrivata a Parigi per girare un filmato per una maison, Ada (Anyier Anei), giovane aspirante farmacista sudanese catapultata quasi per caso sulle passerelle, e Angèle (Ella Rumpf), truccatrice che sogna di diventare scrittrice.
Winocour non è interessata al lato glamour della moda, né alle sue consuete guerre di ego. La passerella diventa piuttosto un luogo di lavoro, fatto di corpi, gesti, attese e fragilità. È proprio qui che Couture trova la sua idea più bella: mettere in relazione l’alta sartoria e la medicina attraverso il gesto del cucire. Si taglia, si modifica, si corregge, si ricompone. Un abito come un corpo, un corpo come una storia che tenta disperatamente di non disfarsi.
Al centro c’è Maxine, alla quale una diagnosi di tumore al seno spezza improvvisamente l’esistenza. La vicenda assume inevitabilmente una dimensione particolare attraverso la presenza di Angelina Jolie, che porta nel personaggio anche l’eco della propria esperienza. Winocour evita però il ricatto emotivo: filma la malattia attraverso silenzi, sguardi e gesti minimi, trasformando il corpo di Maxine da strumento professionale a territorio sconosciuto. Jolie è intensa proprio perché trattiene, invece di esplodere.
Di fronte a lei, Ada rappresenta l’altra faccia della stessa inquietudine: non deve riconquistare il proprio corpo, ma imparare ad abitarlo mentre gli altri iniziano a trasformarlo in un’immagine. La sua incertezza, il rapporto con le altre modelle e soprattutto l’amicizia con una ragazza ucraina diventano il contrappunto più delicato alla storia di Maxine. Angèle, invece, osserva e raccoglie le storie altrui, come una scrittrice che non ha ancora trovato la propria voce.
Il film procede per rime più che per intrecci. Corpi, cicatrici, vestiti, trucchi, aghi e obiettivi fotografici costruiscono una rete di corrispondenze che spesso è più interessante della trama stessa. André Chemetoff filma stoffe e pelle con una fisicità quasi tattile, mentre la musica sospesa di Anna von Hausswolff e Filip Leyman accompagna un racconto volutamente sottovoce.
È anche il limite di Couture. Nel tentativo di costruire una storia corale, Winocour lascia alcune traiettorie troppo ai margini e diluisce la tensione drammatica. Il film, elegante e sensibile, rischia talvolta di diventare vittima della propria misura, come se avesse paura di lasciare che le ferite sanguinino davvero.
Eppure proprio in questa imperfezione resta un’immagine potente. La couture è l’arte di ricomporre uno strappo, ma una cucitura non cancella mai completamente ciò che è accaduto. Può soltanto tenere insieme i lembi.
È quello che fanno Maxine, Ada e Angèle: provano a non disfarsi mentre la vita continua a tirare il filo dalla parte opposta. Un film sulla moda che finisce per parlare del corpo, e un film sul corpo che trova nella moda una metafora sorprendentemente precisa della nostra fragile necessità di ricucirci.
Ilaria Berlingeri