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C’è un’ombra di A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg dentro Sheep in the Box, ma Kore-eda prende quella vecchia favola pinocchiesca e la rovescia. Non gli interessa raccontare una macchina che sogna di diventare umana. La domanda, semmai, è molto più inquietante: e se una creatura artificiale non avesse alcun bisogno di diventare come noi?
In un futuro prossimo, una coppia devastata dalla morte del figlio accoglie in casa un androide costruito a sua immagine e somiglianza. Stesso volto, stessa voce, stessi gesti. Un figlio restituito dalla tecnologia, almeno in apparenza. Ma quello che dovrebbe essere un rimedio al lutto diventa presto qualcosa di più ambiguo: l’umanoide non è una semplice copia, né un giocattolo sentimentale. È una presenza che osserva, apprende, crea legami e, soprattutto, comincia a costruire un’identità che sfugge alle intenzioni di chi l’ha progettata.
È qui che Kore-eda trova la sua idea più interessante. L’amore di una macchina è soltanto una funzione programmata o può diventare qualcosa di diverso nel momento stesso in cui viene vissuto? E, soprattutto, chi ha il diritto di decidere che cosa sia una vita autentica?
Il regista giapponese porta la fantascienza dentro il territorio che conosce meglio: la casa, il lutto, i legami familiari, quella fragile geometria affettiva in cui essere genitori, figli o fratelli non dipende necessariamente dal sangue. Ma stavolta la famiglia diventa una soglia: oltre di essa comincia qualcosa che non è più del tutto umano.
La parte più sorprendente del film arriva infatti quando Kore-eda smette di interrogarsi sulla sostituzione e comincia a guardare verso l’altrove. L’androide non deve necessariamente reintegrarsi nella società degli uomini: può cercare una propria forma di esistenza, quasi una nuova alleanza tra artificiale e natura. La foresta finale assume così il valore di una nascita: non il ritorno all’umanità, ma la possibilità di una comunità diversa, infantile e post-umana insieme.
Peccato che una premessa tanto potente non trovi sempre una forma altrettanto intensa. Sheep in the Box è spesso elegante, delicato, concettualmente stimolante, ma anche stranamente distante. Il dolore resta talvolta sulla superficie, come se il film avesse paura di sporcarsi davvero le mani con il lutto. E alcune metafore — l’albero, l’acquario, la casa, la scatola — risultano fin troppo dichiarate.
Anche il titolo contiene una possibile chiave: la pecora disegnata da Saint-Exupéry dentro la scatola, invisibile e dunque affidata all’immaginazione. Come il figlio perduto, come l’umanoide, come il cinema stesso: una scatola dentro cui qualcosa di apparentemente falso può diventare vero perché noi decidiamo di amarlo.
È forse questo il paradosso di Sheep in the Box: un film che parla di esseri artificiali alla ricerca di una forma di vita riesce a essere più affascinante quando smette di chiedersi se siano umani. Meno convincente quando spiega le proprie idee, molto più bello quando finalmente le lascia respirare.
Non è un nuovo A.I.. E forse è proprio questo il suo punto.
Ilaria Berlingeri