Al cinema dal 10 settembre distribuito da Walt Disney
Presentato fuori concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Oasis: Don’t Look Back in Anger, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, trasforma il tour Oasis Live ’25 in un racconto che va oltre il semplice film-concerto: è la cronaca di un ritorno, ma soprattutto il ritratto di due fratelli che provano a lasciarsi alle spalle un passato fatto di conflitti, silenzi e rancori.
Il film segue la reunion degli Oasis e il gigantesco tour mondiale Live ’25, partendo dalle prove fino agli spettacoli davanti a migliaia di fan. Il pubblico diventa così una presenza fondamentale: non soltanto spettatore, ma parte integrante della storia che il documentario vuole raccontare.
Dietro le quinte, però, il vero centro del film rimangono Liam e Noel. Per anni i due fratelli sono stati protagonisti di una delle rivalità più celebri della musica britannica, fino alla separazione della band. Il loro ritorno insieme porta inevitabilmente con sé il peso di quella storia.
Southern e Lovelace scelgono di osservare la situazione senza trasformarsi in arbitri. La macchina da presa segue i due fratelli, registra i momenti di tensione ma anche quelli più intimi e lascia che sia il tempo a mostrare l’evoluzione del loro rapporto. La riconciliazione non viene presentata come un miracolo improvviso, bensì come un processo graduale.
Parallelamente, il documentario racconta il rapporto tra gli Oasis e i loro fan. Dal Regno Unito al resto del mondo, il tour diventa una celebrazione collettiva della musica della band e della sua capacità di attraversare generazioni diverse.
Il punto di forza di Don’t Look Back in Anger è proprio la sua capacità di non fermarsi alla superficie dello spettacolo. Certo, il film offre ciò che un appassionato degli Oasis si aspetta: grandi concerti, chitarre, cori oceanici e l’energia di una band che torna sul palco dopo una lunga assenza. Ma sotto la dimensione musicale emerge una storia molto più universale. Quella di due fratelli che, dopo anni trascorsi a combattersi, devono capire se è ancora possibile stare dalla stessa parte.
È qui che il documentario trova la sua vera forza emotiva. Gli Oasis vengono raccontati come un fenomeno musicale, ma anche come un ricordo condiviso da milioni di persone. Le loro canzoni non appartengono più soltanto a Liam e Noel: sono diventate la colonna sonora di vite, amicizie, amori e generazioni. Il film riesce a mostrare bene questo legame tra la band e il pubblico, trasformando il concerto in una sorta di rito collettivo.
Don’t Look Back in Anger non vuole essere l’ultima parola sugli Oasis. Vuole immortalare un momento preciso: quello in cui una band che sembrava appartenere definitivamente al passato torna a esistere nel presente. Alla fine, il film parla di memoria, della possibilità di tornare sui propri passi senza cancellare ciò che è successo. E suggerisce che il perdono non significhi necessariamente dimenticare, ma decidere di non lasciare che il rancore continui a comandare.
Federica Rizzo