Lance Oppenheim firma una satira feroce sul confine sempre più sottile tra informazione, voyeurismo e sete di audience. Al cinema dal 15 ottobre con I Wonder Pictures
Che cosa succede quando smascherare il male non basta più e diventa necessario trasformarlo in uno spettacolo capace di incollare milioni di persone allo schermo? È da questo cortocircuito morale che prende forma Primetime, il film con cui Lance Oppenheim abbandona il documentario per esplorare il lato oscuro dell’intrattenimento televisivo. Al centro c’è un format realmente esistito, To Catch a Predator, che nei primi anni Duemila conquistò il pubblico americano mettendo in scena la cattura di uomini sospettati di voler incontrare minorenni, attirandoli attraverso esche sotto copertura e consegnandoli alle telecamere prima ancora che alla giustizia.
A incarnare il conduttore Chris Hansen è Robert Pattinson, protagonista di una prova sorprendente, costruita più sulle sfumature della voce che sulla semplice imitazione fisica. Il suo giornalista ha il tono rassicurante di chi sembra voler fare chiarezza, ma dietro quella cordialità si nasconde un uomo sempre più prigioniero del proprio personaggio. Ogni confronto diventa una performance, ogni confessione un potenziale momento televisivo. E mentre gli ascolti crescono, l’indignazione morale rischia di trasformarsi in una merce da vendere al pubblico.
La macchina dello spettacolo, però, non si ferma davanti ai dilemmi etici. Con una produttrice pronta a spingere il programma verso obiettivi sempre più ambiziosi e un giovane aspirante attore coinvolto come esca, il protagonista si ritrova intrappolato in una spirale in cui la ricerca della verità cede progressivamente il passo alla necessità di offrire immagini sempre più scioccanti. La ricostruzione culmina nella tragica vicenda di Murphy, in Texas, dove un’operazione del programma nel 2006 fu seguita dal suicidio del procuratore distrettuale assistente Bill Conradt, un episodio che segnò profondamente la storia della trasmissione.
Oppenheim racconta questa deriva attraverso un linguaggio visivo volutamente disturbante: immagini frammentate, schermi divisi, formati digitali differenti e colori artificiali restituiscono un mondo in cui distinguere la realtà dalla sua rappresentazione diventa sempre più difficile. Il risultato è un thriller che alterna grottesco e tragedia, con un’atmosfera che richiama Lo sciacallo – Nightcrawler e la sua spietata esplorazione dell’informazione trasformata in spettacolo.
Non tutto, tuttavia, trova un equilibrio perfetto. La ricerca formale talvolta prevale sulla fluidità narrativa e alcuni passaggi sembrano più interessati a esibire il dispositivo cinematografico che ad approfondire i personaggi. Ma la performance di Pattinson, affiancato da Merritt Wever e Skyler Gisondo, mantiene viva la tensione e restituisce tutta l’ambiguità di un sistema che pretende di combattere i predatori mentre impara a sfruttarne le vittime, gli scandali e la stessa indignazione collettiva.
La domanda che Primetime lascia allo spettatore è scomoda e attualissima: quando la punizione diventa intrattenimento, chi sta davvero traendo vantaggio dalla caccia al colpevole? Il film non assolve i criminali né attenua la gravità dei loro comportamenti. Punta piuttosto l’obiettivo su chi trasforma il male in un prodotto da consumare, alimentando una platea che chiede continuamente nuove rivelazioni, nuovi scandali, nuovi bersagli.
Perché il rischio più grande non è soltanto assistere alla spettacolarizzazione della giustizia, ma abituarsi a considerarla normale. E scoprire, alla fine, che dietro lo schermo non ci sono più innocenti né vincitori: soltanto un pubblico in attesa del prossimo spettacolo.
Ilaria Berlingeri