Diretto da Nicolangelo Gelormini, arriva al cinema dal 12 febbraio con Vision Distribution
Con La Gioia, Nicolangelo Gelormini torna a confrontarsi con il lato più oscuro dell’umano, scegliendo ancora una volta la cronaca nera come detonatore narrativo. Dopo Fortuna, il regista affonda lo sguardo in una storia di solitudine, desiderio e manipolazione ispirata al caso di Gloria Rosboch, trasformandola però in un racconto autonomo, cupo e soffocante, che rinuncia a qualsiasi consolazione.
Gioia è un’insegnante di francese prossima ai cinquant’anni, intrappolata in una vita immobile: vive con i genitori, accudisce un padre malato e subisce il controllo costante di una madre autoritaria. È una donna che sembra non aver mai davvero abitato il mondo. Alessio, invece, è il suo opposto solo in apparenza: giovane, bello, scaltro, studente svogliato che usa il proprio corpo – anche travestendosi – come merce di scambio per ottenere denaro, spinto da una madre fragile e avida e da un contesto affettivo completamente distorto. Quando i due si incontrano, sotto il pretesto di lezioni private, nasce un legame sbilanciato e pericoloso, in cui il bisogno d’amore dell’una e il calcolo dell’altro finiscono per intrecciarsi in modo irreversibile.
Gelormini costruisce il film come una lenta discesa, lavorando per sottrazione più che per accumulo. La tensione non esplode mai davvero, ma resta compressa negli spazi chiusi, negli interni opachi dell’appartamento di Gioia, negli sguardi trattenuti, nei silenzi carichi di imbarazzo. È qui che il film trova la sua forza migliore: in un’atmosfera quasi claustrofobica, attraversata da un senso di disagio continuo che richiama certe ossessioni del noir, senza mai abbracciarne apertamente i codici.
La regia privilegia i dettagli quotidiani, gli oggetti, i gesti minimi, lasciando fuori campo ciò che potrebbe risultare più eclatante, a partire dalla sessualità. La violenza, infatti, non è mai spettacolarizzata: è una violenza più sottile, che coincide con la mancanza di ascolto, con l’assenza di compassione, con l’incapacità di riconoscere l’altro come essere umano. In questo senso, La Gioia è un film che parla di famiglie deformanti e di adulti incapaci di proteggere, dove le figure materne – tanto quella di Gioia quanto quella di Alessio – diventano il primo luogo del fallimento emotivo.
Al centro di tutto c’è Valeria Golino, che offre un’interpretazione di straordinaria precisione. Imbruttita, chiusa in abiti dimessi e dietro lenti spesse, costruisce una Gioia fragile e disarmante. Il suo sguardo, insieme solitario e ingenuo, sembra costantemente in cerca di un contatto che non arriva mai: evoca una vulnerabilità da Zoo di vetro, come se il personaggio vivesse in una teca invisibile, separata dal mondo e dalla possibilità stessa di essere amata. È uno sguardo che racconta più delle parole, capace di restituire l’idea di una donna rimasta indietro rispetto alla vita, e proprio per questo pronta a credere a un’illusione fino alle estreme conseguenze.
Accanto a lei, Saul Nanni dà corpo a un Alessio ambiguo e inquietante, credibile nella sua oscillazione tra cinismo e bisogno di tenerezza. Meno centrale, ma comunque significativa, Jasmine Trinca nel ruolo della madre del ragazzo, figura moralmente sfuggente, che incarna un altro volto della miseria affettiva raccontata dal film.
Pur con qualche scelta forse troppo insistita sul piano simbolico, La Gioia resta un’opera coerente e rigorosa, che non cerca scorciatoie emotive né assoluzioni. Gelormini osserva i suoi personaggi senza giudicarli, ma anche senza attenuare l’orrore delle loro azioni e delle loro responsabilità. Ne emerge un film nerissimo, attraversato da un senso di imbarazzo e di fatalità, che lascia allo spettatore un malessere persistente: quello di riconoscere, dietro l’estremità della vicenda, una fragilità profondamente umana e disturbantemente vicina.
Alessandra Broglia