Vincitrice del Premio Fantasio 2024, una distopia teatrale tra amore, tecnologia e perdita della libertà
Dal 19 al 22 marzo, nella sala black dello Spazio Diamante, va in scena L’occhio invisibile, spettacolo firmato da Gianfilippo Maria Falsina e Alberto Oliva, che cura anche la regia. Una produzione TeatroE che affronta, con toni distopici e inquietanti, uno dei temi più urgenti della contemporaneità: il confine sempre più labile tra sicurezza e controllo.
La storia prende avvio da un evento quotidiano, quasi banale nella sua drammaticità: un furto in casa. È l’esperienza che spinge la protagonista, interpretata da Gea Rambelli, a dotarsi di un sistema d’allarme all’avanguardia, presentato come soluzione definitiva a ogni forma di rischio. A installarlo è un tecnico specializzato, interpretato da Gianfilippo Maria Falsina, che incarna il volto rassicurante e seducente della tecnologia.
Ma ciò che inizialmente appare come una scelta razionale e protettiva si trasforma progressivamente in un meccanismo di controllo totalizzante. Il sistema “Super-Sure”, promosso come garanzia di sicurezza, libertà e benessere, si rivela infatti uno strumento capace di osservare, analizzare e prevedere i comportamenti umani, arrivando a intercettare persino le intenzioni prima che diventino azioni.
In questo scenario, la dimensione privata si dissolve. La protagonista, affascinata dalle promesse e dalle parole dell’installatore, si lascia coinvolgere non solo dalla tecnologia, ma anche da un rapporto ambiguo e carico di tensione emotiva. Tra i due nasce una relazione che si muove su un terreno instabile, dove seduzione e paura si intrecciano in un gioco sottile, alimentato proprio dal sistema che dovrebbe restare neutrale.
Lo spettacolo mette così in luce un paradosso contemporaneo: la ricerca ossessiva di sicurezza può trasformarsi in una rinuncia alla libertà. Non è tanto la sicurezza reale a dominare, quanto la sua percezione, costruita attraverso linguaggi, slogan e strategie che finiscono per modellare il pensiero stesso degli individui.
L’impianto drammaturgico si ispira chiaramente alle atmosfere di “1984”, trasponendo l’idea di sorveglianza totale in un contesto attuale, dove il controllo non è imposto con la forza, ma accettato volontariamente in cambio di protezione. In questo mondo, chi devia dalla norma diventa automaticamente una minaccia, e ogni tentativo di sottrarsi al sistema appare destinato al fallimento.
Quando la protagonista prova a liberarsi del dispositivo, la situazione precipita: non è più l’essere umano a governare la tecnologia, ma il contrario. Il controllo diventa assoluto, invisibile e ineluttabile. I personaggi restano intrappolati in una realtà da cui sembra impossibile fuggire, costretti a interrogarsi sul prezzo pagato per sentirsi al sicuro.
Con una scenografia essenziale firmata da Francesca Ghedini e una regia che punta sull’intensità psicologica, L’occhio invisibile si propone come una riflessione lucida e disturbante sul presente. Un invito a interrogarsi su quanto siamo disposti a cedere — in termini di privacy, autonomia e identità — pur di placare le nostre paure.
La domanda finale resta sospesa, senza risposte consolatorie: vivere sotto sorveglianza costante può davvero essere definito sicurezza?
Alberto Leali