Il ritorno dell’eroe di quartiere che sceglie di guardarsi dentro. Al cinema dal 29 luglio prodotto da Sony Pictures
e distribuito da Eagle Pictures
Dopo anni trascorsi a rincorrere universi paralleli, varianti e minacce cosmiche, il Marvel Cinematic Universe decide finalmente di riportare Spider-Man con i piedi per terra. Brand New Day non è il film delle esplosioni più grandi o dei colpi di scena più rumorosi: è, prima di tutto, il racconto di un ragazzo che ha pagato il prezzo più alto per salvare il mondo e che ora deve capire come ricominciare a vivere.
Peter Parker esiste, ma nessuno ricorda chi sia. La decisione presa alla fine di No Way Home ha cancellato ogni legame con il suo passato, lasciandolo solo a combattere il crimine in una New York che lo ammira come Spider-Man, ma ignora completamente l’uomo dietro la maschera. È una premessa potente, perché trasforma il classico conflitto dell’eroe in qualcosa di profondamente umano: cosa resta della propria identità quando nessuno può più condividerla?
Il film costruisce gran parte della propria forza proprio su questo senso di vuoto. Peter è ormai un vigilante esperto, più sicuro nelle battaglie che nella vita quotidiana, incapace di costruire rapporti autentici e sempre più consumato da una routine fatta esclusivamente di responsabilità. Il supereroismo non appare più come un’avventura entusiasmante, ma come un rifugio dietro cui nascondere un dolore che continua a crescere.
Tom Holland conferma ancora una volta di essere il volto ideale dello Spider-Man dell’MCU. La sua interpretazione alterna leggerezza, ironia e sofferenza con naturalezza, mostrando un Peter Parker finalmente adulto, ma lontano dall’essere invincibile. È probabilmente il capitolo che gli permette maggiormente di valorizzare il lato emotivo del personaggio.
Accanto a lui spicca Jon Bernthal nei panni del Punitore. Frank Castle non rappresenta soltanto un alleato occasionale, ma diventa il riflesso più oscuro del protagonista: un uomo che ha smesso di credere nella speranza e che vede nella violenza l’unica risposta possibile. I dialoghi tra i due sono tra i momenti più intensi dell’intero film, perché mettono continuamente in discussione il significato stesso della giustizia e il confine, spesso sottilissimo, tra proteggere e punire.
La sceneggiatura affronta temi sorprendentemente maturi per una produzione Marvel. Solitudine, depressione, burnout, paura di creare nuovi legami e difficoltà nell’accettare il cambiamento diventano il cuore della narrazione. Le minacce soprannaturali funzionano soprattutto come metafore di un disagio interiore che coinvolge praticamente tutti i personaggi principali, rendendo il conflitto molto più personale rispetto al passato.
Non tutto, però, raggiunge lo stesso livello di efficacia.
L’impressione è che gli autori abbiano voluto inserire troppe idee nello stesso film. Oltre alla crisi di Peter, trovano spazio una nuova minaccia, l’evoluzione dei suoi poteri, diversi personaggi del Marvel Cinematic Universe e numerose sottotrame che finiscono inevitabilmente per rubarsi tempo a vicenda. Alcune presenze illustri risultano poco più che decorative, mentre altre sembrano introdotte principalmente per preparare il terreno agli eventi futuri della saga.
Anche il ritmo soffre questa abbondanza narrativa. Dopo un primo atto coinvolgente e una parte centrale ricca di tensione, la storia procede con qualche ripetizione e perde parte dell’intensità emotiva costruita fino a quel momento. Alcuni sviluppi sono facilmente prevedibili e il minutaggio generoso accentua la sensazione che qualche sequenza avrebbe potuto essere sacrificata senza compromettere il racconto.
Sul piano registico Destin Daniel Cretton conferma solidità e competenza, ma raramente osa davvero. Le scene d’azione sono chiare e ben costruite, tuttavia manca quella personalità visiva capace di rendere memorabili i combattimenti o di imprimere un’identità riconoscibile al film. L’atmosfera più cupa rispetto ai precedenti capitoli è coerente con il percorso del protagonista, ma fotografia e messa in scena rimangono spesso ancorate agli standard ormai consolidati delle produzioni Marvel.
Il vero punto di forza resta quindi l’evoluzione di Peter Parker. Brand New Day abbandona volutamente la spettacolarità del multiverso per concentrarsi sulle conseguenze emotive delle scelte compiute dal protagonista, ricordando che Spider-Man non è definito dai suoi poteri, bensì dalla capacità di continuare a fare la cosa giusta anche quando nessuno conosce i sacrifici che compie.
Non è il capitolo più spettacolare della saga e probabilmente nemmeno il più memorabile dal punto di vista cinematografico, ma rappresenta un passaggio importante per il personaggio. È un film che sceglie di rallentare, di scavare nelle fragilità del suo eroe e di prepararlo a un futuro che sembra destinato a essere ancora più complesso.
Alessandra Broglia