Dal trionfo olimpico del 1960 alla conquista del mondo nel 1964: la nuova serie dedicata a Muhammad Ali racconta il ragazzo dietro il mito. E parte da Roma, dove tutto ebbe inizio.
Prima di essere Muhammad Ali, fu Cassius Clay. Prima delle provocazioni, dei titoli mondiali e delle battaglie dentro e fuori dal ring, ci fu un ragazzo di Louisville che arrivò a Roma per le Olimpiadi del 1960 e tornò in America con una medaglia d’oro, nuove consapevolezze e uno sguardo diverso sul mondo.
È da questi anni decisivi che prende forma The Greatest, la prima serie televisiva ufficiale dedicata alla vita di Muhammad Ali. Otto episodi, disponibili dal 4 novembre su Prime Video e distribuiti in 240 Paesi, che scelgono di raccontare il campione prima ancora che diventasse un’icona globale. Al centro non ci sono soltanto gli incontri e le vittorie, ma le persone, i legami e le esperienze che contribuirono a costruire l’uomo destinato a cambiare per sempre la storia della boxe e della cultura americana.
La serie, realizzata con il coinvolgimento della vedova del pugile, Lonnie Ali, copre il periodo compreso tra il 1960 e il 1964: quattro anni nei quali Cassius Clay passa dall’oro olimpico nei mediomassimi alla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi. Un percorso sportivo straordinario che la produzione sceglie però di osservare soprattutto da vicino, attraverso la famiglia, le amicizie, la fede e le prime esperienze con il razzismo americano.
Roma, il luogo in cui il mondo si apre
Non è casuale che la storia cominci nella Capitale. La serie apre infatti tra le arcate del Colosseo, luogo simbolo della Roma antica e dei suoi gladiatori, creando un ponte ideale con il giovane pugile arrivato dagli Stati Uniti per combattere sul ring olimpico.
«I pugili sono dei gladiatori e l’idea che il più grande pugile di tutti i tempi abbia iniziato il suo percorso nell’anfiteatro simbolo dei gladiatori è stata fondamentale fin dalla prima sceneggiatura», ha spiegato Ben Watkins, creatore, showrunner, executive producer e regista dei primi due episodi.
Le riprese hanno inoltre una particolarità storica: The Greatest è la prima produzione seriale ad aver ottenuto l’autorizzazione per girare alcune scene all’interno del Colosseo.
Ma Roma, nella narrazione, non è soltanto uno sfondo spettacolare. È il luogo nel quale Clay entra in contatto con una realtà molto diversa da quella che conosceva negli Stati Uniti segregati. Nel villaggio olimpico vede atleti provenienti da Paesi e culture differenti vivere insieme e condividere gli stessi spazi. Un’esperienza che, secondo Watkins, rappresentò per il giovane pugile un vero «shock culturale».
La serie ricostruisce anche un episodio ambientato nel rione Monti, dove Clay incontra l’atleta italiano Livio Berruti, che lo invita a bere qualcosa al bar. Un’immagine semplice, quasi quotidiana, destinata però a lasciare un segno profondo nel ragazzo americano.
«Una volta vista quella possibilità di integrazione non si torna più indietro: Roma gli ha mostrato ciò a cui la società doveva aspirare», ha raccontato Watkins.
Il ritorno a Louisville rende ancora più evidente il contrasto. Quella possibilità di convivenza che Clay aveva appena sperimentato in Italia si scontra con un’America nella quale la segregazione razziale è ancora una realtà concreta. Persino una celebrazione per la sua medaglia olimpica non riesce a sottrarlo alla discriminazione: il giovane campione viene allontanato da un locale nel quale era stato dedicato un hamburger proprio alla sua vittoria.
È uno dei passaggi attraverso cui la serie prova a spiegare non soltanto il campione che Ali diventerà, ma il percorso personale che lo porterà a mettere in discussione il mondo intorno a sé.
La famiglia prima della leggenda
Il ring rimane naturalmente centrale, ma The Greatest sceglie di guardare soprattutto a ciò che accade quando i guantoni vengono tolti. Il rapporto con la madre, con il padre e con il fratello Rudy diventa così parte integrante del racconto.
Rudy, anche lui pugile, accompagna da vicino la crescita del fratello pur vivendo una carriera molto meno fortunata. E proprio a lui Cassius porta dall’Italia un ricordo destinato a diventare uno dei dettagli più curiosi della storia: un disco di Mina con «Tintarella di luna», una canzone che in quegli anni rappresentava una delle colonne sonore dell’estate italiana.
Sono piccoli frammenti di vita privata che contribuiscono a ridimensionare il mito e a restituire il volto di un ragazzo ancora in formazione.
«La serie rivelerà ciò che non è stato mai mostrato nei documentari», ha sottolineato Watkins. È una dichiarazione che riassume l’ambizione del progetto: non aggiungere semplicemente un’altra cronaca di combattimenti alla sterminata memoria audiovisiva dedicata ad Ali, ma provare a entrare negli spazi rimasti ai margini della leggenda.
Jaalen Best, il difficile compito di diventare Cassius Clay
A interpretare il protagonista è Jaalen Best, chiamato a confrontarsi con una delle figure più riconoscibili del Novecento. Un compito che non poteva limitarsi alla somiglianza fisica.
Best ha raccontato di aver trascorso ore a studiare sul web i combattimenti, le interviste e i movimenti del pugile, concentrandosi anche sul celebre «Ali shuffle». Ma il vero ostacolo, ha spiegato, era riuscire a far convivere corpo, voce e presenza scenica.
«La vera sfida è stata unire l’aspetto atletico alla voce e alla presenza scenica, per far muovere tutto in sinergia», ha raccontato l’attore.
Il lavoro è stato anche fisico. Per interpretare il Clay del 1960 Best ha perso più di 15 chili, per poi recuperarne circa dieci durante le riprese, seguendo l’evoluzione del corpo del pugile nel passaggio verso la categoria dei massimi.
Ancora più importante è stato il confronto con Lonnie Ali, che ha seguito da vicino la produzione. «Somiglia molto a mio marito e nella serie ha mostrato il coraggio, la convinzione e il cuore del personaggio principale», ha detto la vedova del campione.
Per Best, la presenza di Lonnie sul set ha avuto un significato particolare. «Averla sul set mentre giravamo e ricevere la sua conferma dopo le scene mi ha dato la certezza che eravamo sulla strada giusta per raccontare una storia autentica», ha spiegato.
Angelo Dundee e l’uomo dietro il pugile
Accanto a Best c’è Giovanni Ribisi, che interpreta Angelo Dundee, lo storico allenatore di Ali. Anche questo rapporto viene raccontato lontano dalla semplice dimensione professionale: Dundee non è soltanto l’uomo all’angolo durante gli incontri, ma una figura capace di accompagnare il giovane Cassius in una fase fondamentale della sua trasformazione.
«Tra me e Jaalen si è creata un’alchimia naturale fuori dalla macchina da presa che è fluita direttamente nello show», ha raccontato Ribisi, sottolineando il mix di lavoro, ironia e complicità che ha caratterizzato il rapporto tra i due interpreti.
Dal ragazzo di Louisville al campione che non accetta compromessi
Il periodo scelto dalla serie si interrompe nel 1964, quando Cassius Clay conquista il titolo mondiale dei pesi massimi. Ma il significato di questi quattro anni va oltre la semplice ascesa sportiva.
È proprio in questo periodo che prende forma quella personalità destinata, poco dopo, a entrare in collisione con le convenzioni del suo tempo. Il ragazzo che a Roma scopre un possibile modello di convivenza torna infatti in un Paese ancora profondamente segnato dalle discriminazioni e si avvia verso scelte personali e politiche che avranno conseguenze enormi sulla sua carriera.
Watkins insiste proprio su questo aspetto: «Ali non era un supereroe privo di paure: era un giovane uomo che cercava di diventare adulto».
La sua storia, aggiunge lo showrunner, è quella di una persona che arrivò a difendere la propria fede e le proprie convinzioni anche quando questo significava entrare in conflitto con il sistema e mettere a rischio ciò che aveva conquistato.
È qui che The Greatest cerca la propria chiave narrativa: non raccontare la nascita di un supereroe, ma quella di un uomo che diventa consapevole della propria voce.
Ed è forse per questo che Roma occupa un posto così importante nel racconto. Nel 1960 Cassius Clay arriva nella Capitale come un giovane atleta americano. Quattro anni dopo, quando solleva il titolo mondiale dei massimi, il mondo ha già iniziato a conoscere Muhammad Ali.
Tra quei due momenti ci sono vittorie e sconfitte, famiglia e amicizie, razzismo e fede, sacrifici fisici e trasformazioni personali. Ma soprattutto c’è il passaggio più difficile da raccontare: quello attraverso cui un campione comincia a diventare una leggenda.
Federica Rizzo