Nel cast Jeremy Allen White, Mikey Madison, Jeremy Strong e Bill Burr. Al cinema dall’8 ottobre con Eagle Pictures
C’è un dettaglio che dice molto del cinema di Aaron Sorkin: quando qualcuno deve interrompere il monologo del potere, mettere in crisi il protagonista o semplicemente dirgli che sta sbagliando, spesso Sorkin sceglie un comico. Jonah Hill, Seth Rogen, Sacha Baron Cohen. E ora Bill Burr, irresistibile nel ruolo di Charlie, personaggio composito che raccoglie le voci di diversi ex collaboratori di Mark Zuckerberg diventati, nel tempo, critici delle sue scelte.
È una scelta tutt’altro che casuale. Burr porta nel film quella capacità tutta stand-up di guardare il potere dal basso, smontandone il linguaggio con una battuta. E The Social è, prima di tutto, un film sul linguaggio: quello degli algoritmi, dei numeri, delle piattaforme, ma anche quello con cui una generazione di tecnocrati ha imparato a raccontare il proprio potere come se fosse semplice innovazione.
Sorkin costruisce il film intorno alla preparazione di Zuckerberg all’audizione davanti al Congresso, alternandola all’indagine del giornalista Jeff Horwitz sulle informazioni fornite dalla whistleblower Frances Haugen. Il tempo si spezza continuamente, avanti e indietro fra il 2019 e il 2021, mentre il film ricostruisce il momento in cui Facebook decide di privilegiare le interazioni capaci di generare maggiore coinvolgimento. Una scelta apparentemente tecnica che diventa, nella lettura di Sorkin, una miccia politica: più rabbia, più estremizzazione, più disinformazione, più dipendenza.
Il risultato è un thriller giornalistico vecchio stile ambientato nel cuore del nuovo potere. Ci sono giornalisti che si scambiano documenti, fonti da proteggere, incontri clandestini, commissioni parlamentari e una quantità vertiginosa di dati che Sorkin riesce a trasformare in materia drammatica senza mai rinunciare alla sua proverbiale velocità dialettica.
A fare da controcanto è il rapporto fra Horwitz e Haugen: una coppia improbabile, quasi da screwball comedy, che affronta un universo fatto di engagement, metriche e codici come se fosse una commedia di Frank Capra trasportata nell’epoca dei messenger. Jeremy Allen White dà al giornalista un’aria volutamente anacronistica, mentre Mikey Madison trova in Haugen un personaggio sorprendentemente complesso: razionale e appassionata, idealista e pragmatica, innamorata dello strumento che sta contribuendo a mettere sotto accusa.
Ed è proprio Madison il centro emotivo del film. Le sue mani, continuamente impegnate fra tastiere, documenti e piccoli gesti quotidiani, diventano quasi la materializzazione fisica di una persona che tenta di riprendere possesso di qualcosa che per anni ha contribuito a costruire.
Il Zuckerberg di Jeremy Strong, invece, è l’esatto opposto del ragazzo interpretato da Jesse Eisenberg nel film di Fincher. Non c’è più il nerd che cerca di capire il mondo: c’è un uomo che ha costruito un sistema abbastanza grande da poterlo modificare. Il problema è che, nel frattempo, quel sistema è diventato una parte del mondo stesso.
Ed è qui che The Social trova la sua vera dimensione politica. Sorkin non racconta soltanto Facebook: racconta il passaggio del potere dalle istituzioni tradizionali alle piattaforme private, dalle assemblee ai consigli d’amministrazione, dalla piazza pubblica a un algoritmo deciso da pochissime persone. È il terreno ideale per il suo cinema, da The West Wing a The Newsroom: giornalisti, istituzioni, contrappesi, responsabilità. Una visione profondamente americana e idealista della democrazia, che qui entra inevitabilmente in collisione con un presente nel quale il confine fra tecnologia, informazione e politica è diventato quasi invisibile.
Sorkin non realizza però un sequel di The Social Network. Il film di Fincher raccontava la nascita di una rivoluzione; questo racconta il momento in cui quella rivoluzione presenta il conto. Quindici anni separano il ragazzo che non riusciva a gestire la propria vita sentimentale dall’uomo che deve spiegare a un Congresso come la sua creatura abbia finito per influenzare la vita politica di miliardi di persone.
Il tono resta sorprendentemente leggero. Sorkin alterna indignazione e ironia, dati e battute, cinema d’inchiesta e commedia sofisticata. Ma sotto la superficie scorre una domanda molto più inquietante: chi controlla oggi lo spazio nel quale ci informiamo, discutiamo, litighiamo e costruiamo la nostra idea della realtà?
La risposta che il film suggerisce non è rassicurante. E forse è proprio questo il punto: The Social non parla davvero del passato di Facebook. Parla del presente di tutti noi.
Ilaria Berlingeri