Per la prima volta nelle sale italiane in 4K a 10 anni dalla sua realizzazione, arriva dal 2 settembre con Bim Distribuzione e Tucker Film
Un treno corre verso Busan mentre, fuori dai finestrini, il mondo comincia lentamente a sprofondare nel caos. A bordo ci sono persone comuni, con le loro paure, i loro pregiudizi e le loro piccole certezze. Tra loro ci sono Seok-wu, manager finanziario separato dalla moglie, e sua figlia Su-an, una bambina che vorrebbe soltanto trascorrere del tempo con il padre. Ma quello che doveva essere un semplice viaggio si trasforma presto in una corsa disperata contro un’epidemia che trasforma gli esseri umani in furiosi morti viventi.
Train to Busan potrebbe accontentarsi di essere un efficace film di zombie, ma Yeon Sang-ho pretende qualcosa in più. L’orrore non nasce soltanto dalle creature che invadono i vagoni: nasce soprattutto dalle persone che, messe alle strette, rivelano la parte peggiore di sé. Il vero contagio diventa allora quello dell’egoismo, della paura e dell’indifferenza.
Il treno è una metafora semplice quanto potente. I suoi vagoni diventano piccoli compartimenti sociali nei quali ricchi, lavoratori, giovani, anziani e senzatetto continuano a percepirsi come appartenenti a mondi diversi. Ma davanti alla morte queste distanze dovrebbero scomparire. Dovrebbero. Perché alcuni passeggeri continuano invece a pensare soltanto alla propria salvezza, arrivando a considerare gli altri un ostacolo da eliminare. È qui che il film diventa una critica feroce alla società coreana e, più in generale, a un mondo costruito sulla competizione e sulla logica del “si salva chi può”.
Seok-wu rappresenta perfettamente questa contraddizione. All’inizio è un uomo incapace di mettere la famiglia davanti al lavoro, abituato a misurare tutto in termini di efficienza e successo. L’apocalisse gli impone però una lezione che nessun affare finanziario avrebbe potuto insegnargli: sopravvivere non significa semplicemente restare vivi, ma decidere per cosa vale la pena vivere.
Yeon Sang-ho guarda alla tradizione di George Romero e al cinema sociale sudcoreano, ma costruisce un racconto personale, serrato e sorprendentemente emotivo. Non gli interessa spiegare ogni dettaglio dell’epidemia: l’origine del virus rimane quasi sullo sfondo, perché la vera domanda non è da dove provenga il male, ma cosa succede agli uomini quando il mondo smette di proteggerli.
E in questo viaggio trovano spazio anche momenti di autentico eroismo. Il personaggio interpretato da Ma Dong-seok diventa il simbolo di una solidarietà istintiva e concreta, contrapposta alla vigliaccheria di chi, pur di salvarsi, è disposto a sacrificare chiunque. Su tutti, però, resta lo sguardo di Su-an: quello di una bambina ancora capace di fidarsi, condividere e provare compassione.
Train to Busan è quindi un horror spettacolare, ma soprattutto un film sull’umanità messa alla prova. Gli zombie corrono, mordono e divorano, ma non sono necessariamente i mostri peggiori presenti sul treno. Perché quando la paura prende il comando, può bastare un essere umano per dimostrare quanto sia facile diventare più spietati dei morti viventi.
Il treno corre verso Busan, ma la destinazione conta meno del viaggio. A ogni fermata qualcuno perde la vita e qualcun altro perde un pezzo della propria umanità. E alla fine rimane una domanda semplice e terribile: se per sopravvivere dovessimo smettere di essere umani, sarebbe davvero una salvezza?
Ilaria Berlingeri