Da due dei quattro registi di No Other Land, al cinema in 424 sale, dal 28 settembre, distribuito da I Wonder Pictures
Non servono immagini di corpi, macerie o sangue per raccontare l’orrore di una guerra. A volte è sufficiente una voce. Una voce nascosta nel buio, deformata per non essere riconosciuta, che racconta con apparente normalità ciò che ha visto, fatto o contribuito a rendere possibile.
È da questa sottrazione radicale che nasce la forza di Naza, il nuovo documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, autori di No Other Land. Un film che sceglie di non mostrare quasi nulla e, proprio per questo, finisce per far vedere moltissimo.
La macchina da presa resta immersa nella notte di Tel Aviv. Grattacieli, finestre illuminate, appartamenti dove la vita continua secondo i suoi rituali ordinari: una televisione accesa, una stanza, qualcuno che si muove dietro una tenda. Una città apparentemente lontanissima dalla devastazione che si consuma altrove. Eppure è proprio da quelle terrazze, da quel paesaggio urbano tranquillo e quasi rassicurante, che arrivano le voci di soldati e operatori dell’intelligence israeliana.
Sono circa venticinque testimonianze anonime. Nessun volto, nessuna posa da protagonista, nessuna spettacolarizzazione. Soltanto parole. Parole che progressivamente costruiscono davanti allo spettatore un sistema nel quale la sorveglianza, la tecnologia e la guerra finiscono per diventare parti della stessa macchina.
Il risultato è straniante. Mentre fuori dalle finestre la città continua a vivere, nelle voci degli intervistati prende forma una realtà completamente diversa: quella di un apparato capace di controllare, classificare, individuare e colpire. Una realtà nella quale anche la morte sembra poter essere trasformata in una variabile, in una cifra, in una previsione statistica.
Il termine naza, che nel film indica le vittime collaterali associate a un obiettivo militare, diventa allora qualcosa di più di una semplice parola tecnica. È il linguaggio che permette all’orrore di diventare amministrazione. Una persona si trasforma in un numero; una famiglia in una conseguenza prevista; un bambino in una perdita considerata accettabile.
Ed è forse proprio questo il punto più inquietante del film: non la violenza mostrata, ma la normalizzazione della violenza attraverso il linguaggio.
Naza racconta infatti anche la progressiva perdita della distanza tra uomo e tecnologia. Le intercettazioni, i sistemi di sorveglianza, l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale vengono inseriti all’interno di una catena operativa nella quale la decisione di colpire può essere affidata a procedure sempre più automatizzate. Il paradosso è terribile: più la tecnologia promette precisione, più rischia di rendere invisibile la responsabilità umana. E quando la responsabilità diventa invisibile, diventa anche più facile non sentirne il peso.
Gli intervistati non parlano tutti con la stessa voce morale. Alcuni raccontano il disagio, altri si rifugiano nell’obbedienza, altri descrivono una progressiva assuefazione. C’è chi sembra rendersi conto soltanto a posteriori della natura delle operazioni alle quali ha partecipato. Non esiste dunque un unico punto di vista, e il film fa bene a non trasformare le testimonianze in una semplice galleria di colpevoli.
La questione è più complessa e, proprio per questo, più disturbante. Come può una persona normale partecipare a qualcosa di disumano senza percepirlo immediatamente come tale? Come può un sistema riuscire a trasformare l’eccezionale in routine? E quanto è potente una narrazione capace di convincere gli individui che ciò che stanno facendo non è soltanto necessario, ma inevitabile? Sono domande che Naza lascia sedimentare senza bisogno di sottolinearle continuamente.
Anche la forma del film contribuisce a questa sensazione di claustrofobia morale. La cinepresa non insegue l’azione: osserva. Gli zoom sulle finestre di Tel Aviv sembrano lentamente violare la tranquillità domestica di una città che continua a vivere mentre altrove quella stessa guerra produce morte e distruzione. Le televisioni accese diventano una sorta di controcampo permanente: dalle immagini dei notiziari arrivano dichiarazioni ufficiali, parole politiche, giustificazioni, mentre nell’oscurità delle terrazze altre voci raccontano ciò che quelle immagini non mostrano. È quasi come se il film installasse un secondo telegiornale, clandestino e sotterraneo, proprio dietro quello ufficiale.
La scelta di eliminare quasi completamente la musica è fondamentale. Non c’è bisogno di una colonna sonora che suggerisca allo spettatore come sentirsi. Il disagio nasce da solo. Anzi, nasce soprattutto dal contrasto tra la freddezza della forma e ciò che viene raccontato.
In questo senso Naza è un film sulla distanza: distanza geografica tra Tel Aviv e Gaza, distanza psicologica tra chi ordina e chi esegue, distanza tecnologica tra chi decide e chi muore, distanza morale tra ciò che accade e il modo in cui viene raccontato.
E poi c’è l’intelligenza artificiale. Il film apre una riflessione che va ben oltre il conflitto israelo-palestinese: cosa accade quando una decisione di vita o di morte viene affidata a sistemi capaci di elaborare una quantità enorme di informazioni, ma incapaci di provare compassione? Può una macchina essere considerata più “neutrale” di un essere umano? Oppure la tecnologia rischia semplicemente di nascondere dietro un algoritmo le responsabilità di chi l’ha progettata, alimentata e utilizzata?
Nel mondo di Naza la ragione non sembra necessariamente addormentata. È forse qualcosa di più inquietante: una ragione perfettamente sveglia, organizzata, efficiente, capace di calcolare, classificare e ottimizzare, ma separata dalla coscienza. Il mostro contemporaneo potrebbe dunque non essere il caos della ragione perduta, bensì una razionalità che ha smesso di interrogarsi sul valore della vita umana.
E allora il film porta inevitabilmente lo spettatore davanti a una domanda ancora più dolorosa: che cosa significa ricordare il passato mentre si assiste a una nuova tragedia? Il riferimento alla Shoah, evocato anche da uno degli intervistati, introduce un terreno delicatissimo, che il film non può evitare. Il confronto non dovrebbe diventare una gara tra sofferenze né una scorciatoia retorica: dovrebbe piuttosto costringerci a interrogarci sul significato universale della memoria.
Se la memoria serve soltanto a ricordare le vittime del passato, senza diventare un principio valido per proteggere le vittime del presente, quale funzione conserva?
Naza non offre una risposta rassicurante. E forse non vuole offrirla. Negli ultimi minuti il film compie una scelta quasi brutale: finalmente ci porta a Gaza, alla luce del giorno. Dopo essere rimasti per quasi tutta la durata del documentario nel buio di Tel Aviv, improvvisamente vediamo ciò che fino a quel momento era stato evocato soltanto attraverso le parole.
È un passaggio di pochi minuti, ma cambia retroattivamente tutto ciò che abbiamo ascoltato. Le finestre illuminate, le televisioni, i tetti, le voci senza volto acquistano un altro significato. Quella che sembrava un’astrazione tecnologica torna a essere una questione di esseri umani. Le cifre tornano a essere persone. Le categorie tornano a essere corpi. La parola “collaterale” perde ogni possibilità di neutralità.
Ed è proprio qui che Naza trova la sua immagine più potente: nel momento in cui smette di mostrarci il buio e ci costringe finalmente a guardare ciò che quel buio aveva nascosto.
Non è un film facile. Non è nemmeno un film pensato per rassicurare. È un’opera che mette lo spettatore davanti alla responsabilità dello sguardo e gli chiede se sia ancora possibile osservare una tragedia senza trasformarla in un’immagine passeggera, in un numero, in una notizia destinata a essere sostituita da quella successiva.
Dopo No Other Land, Abraham e Szor compiono un’operazione diversa: non portano la macchina da presa dentro il territorio devastato, ma cercano la guerra nel luogo da cui viene osservata, amministrata, raccontata e tecnologicamente organizzata.
La trovano nel buio. E nel buio, paradossalmente, fanno emergere ciò che spesso la luce delle immagini non riesce più a mostrarci: la responsabilità.
Ilaria Berlingeri