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In Verity il dubbio dovrebbe essere una trappola. Invece diventa presto un meccanismo troppo visibile, costruito per farci sospettare di tutti senza riuscire davvero a farci dubitare di qualcosa.
Michael Showalter prende il bestseller di Colleen Hoover e lo trasporta in una casa che sembra progettata per alimentare sospetti: stanze silenziose, corridoi interminabili, una moglie immobilizzata che osserva senza poter parlare, un marito impossibile da decifrare e una scrittrice arrivata lì per mettere ordine tra le carte di un’altra donna. Ma più Lowen Ashleigh entra nella vita dei Crawford, più Verity sembra perdere proprio ciò che dovrebbe renderlo inquietante: l’imprevedibilità.
Dakota Johnson interpreta Lowen come una presenza costantemente sospesa tra attrazione e allarme. È una scrittrice in crisi, economicamente alla deriva e appena uscita dal lutto per la morte della madre, quando Jeremy Crawford le offre un incarico che potrebbe rimettere in piedi la sua carriera. Deve completare una fortunata saga letteraria al posto della moglie Verity, celebre autrice ormai incapace di parlare e muoversi dopo un incidente.
La proposta ha però un secondo livello. Per lavorare sui romanzi, Lowen raggiunge la tenuta della famiglia nel Vermont e comincia a rovistare tra gli appunti di Verity. È lì che trova un’autobiografia che non avrebbe dovuto leggere. Pagine private, confessioni disturbanti, ricordi familiari che trasformano progressivamente la donna immobile davanti a lei in qualcosa di molto più minaccioso.
È il punto in cui Verity potrebbe davvero decollare. Perché l’idea centrale è interessante: quanto può essere credibile una storia quando l’unica persona capace di raccontarla è anche quella che ha più motivi per manipolarla? Il manoscritto diventa così una specie di ordigno narrativo. Ogni pagina modifica ciò che abbiamo appena visto, ogni rivelazione costringe a rileggere i rapporti tra i personaggi. Verità e invenzione cominciano a contaminarsi.
Il problema è che Showalter non sembra fidarsi abbastanza di questa ambiguità. La regia insiste sulle atmosfere, sui dettagli inquietanti, sugli sguardi trattenuti, sui silenzi, sulle presenze che sembrano materializzarsi ai margini dell’inquadratura. Ma ciò che dovrebbe insinuarsi sotto pelle viene spesso sottolineato. L’inquietudine viene annunciata invece di essere lasciata emergere. E così la grande casa dei Crawford, più che diventare un luogo realmente perturbante, finisce per assomigliare alla scenografia di un thriller che sa già di essere un thriller.
Anche il rapporto tra Lowen, Jeremy e Verity avrebbe bisogno di maggiore ambiguità. Il triangolo è costruito su desiderio, paura e sospetto, ma la componente erotica rimane sorprendentemente fredda. Ci sono corpi, attrazione e situazioni potenzialmente morbose, ma raramente una vera tensione. Il film sembra guardare al cinema erotico degli anni Novanta senza riuscire a recuperarne né la sensualità né il senso di pericolo.
Eppure, per qualche istante, Verity lascia intravedere un altro film. Lo si percepisce già nell’incontro iniziale tra Lowen e Jeremy, quando un incidente per strada li fa incontrare in modo casuale e quasi melodrammatico. Lei è sporca di sangue, lui le presta la propria camicia prima di sapere davvero chi sia. È una scena sospesa, quasi irreale, che sembra aprire la porta a un thriller di seduzioni clandestine, passioni malate e identità nascoste. Un cinema più vicino ad Adrian Lyne o, per certi umori, a Claude Chabrol.
Ma quella promessa viene presto abbandonata. Showalter rimane invece dentro una confezione patinata che guarda tanto ai thriller psicologici degli anni Novanta quanto a Rebecca e Gone Girl, senza riuscire a trasformare quei riferimenti in una voce autonoma. Persino il manoscritto, che dovrebbe rappresentare il cuore più inquietante del film, viene trattato soprattutto come uno strumento per distribuire informazioni e preparare rivelazioni.
Ed è qui che Verity entra in contraddizione con il cinema precedente di Showalter. In The Big Sick, il racconto personale diventava un modo per interrogare identità, amore e rappresentazione. In Gli occhi di Tammy Faye, lo sguardo pubblico finiva per trasformare una persona in un’immagine. Persino The Idea of You, pur muovendosi nei territori della commedia romantica, lavorava sulla distanza tra ciò che una relazione è e ciò che gli altri vedono. Verity possiede sulla carta lo stesso materiale: una scrittrice, un testo privato, una storia raccontata attraverso più versioni della realtà.
Ma invece di scavare nella distanza tra racconto e verità, il film la utilizza soprattutto come carburante per il prossimo colpo di scena. Il risultato è un thriller che continua a chiedere allo spettatore: “A chi credi?”. Ma la domanda perde progressivamente forza perché il film sembra più interessato alla soluzione che al dubbio.
Anche la casa, che avrebbe potuto diventare un personaggio, rimane sullo sfondo. Gli spazi della tenuta sono belli, freddi, ordinati, ma raramente davvero minacciosi. Gli episodi inquietanti si accumulano senza costruire una vera escalation. Una presenza intravista, un rumore, uno sguardo, una sensazione di essere osservati: elementi che possono funzionare una volta, ma che ripetuti smettono rapidamente di produrre tensione.
E quando arriva il finale, Verity sceglie ancora una volta di spiegare invece di lasciare sedimentare l’ambiguità. La soluzione cerca di ribaltare ciò che abbiamo visto, ma il suo effetto appare più calcolato che sconvolgente. È un ultimo tentativo di rimettere in movimento una storia che, a quel punto, ha già consumato gran parte delle proprie possibilità.
Rimane allora una sensazione curiosa: Verity parla continuamente di manipolazione, ma è un film che manipola poco lo spettatore. Gli mostra le corde mentre cerca di tirarle.
Dakota Johnson e Anne Hathaway provano a tenere in piedi un duello psicologico che sulla carta avrebbe tutti gli ingredienti per essere magnetico. La prima lavora sulle esitazioni e sulla vulnerabilità di Lowen; la seconda deve trasformare l’immobilità di Verity in una presenza capace di dominare lo spazio anche senza parlare. Ma il film non concede loro abbastanza materiale per trasformare questa contrapposizione in un autentico gioco al massacro.
Il manoscritto avrebbe dovuto essere una porta verso l’incertezza. Finisce per essere soprattutto una scorciatoia narrativa. E così Verity rimane in quella zona intermedia in cui il thriller vorrebbe essere torbido, erotico e psicologico, ma preferisce continuamente la superficie alla vertigine. La domanda più interessante — quale versione della storia sia vera — non trova una risposta capace di lasciare davvero il segno.
Forse perché il vero mistero non è capire chi stia mentendo. È capire perché, davanti a tutto questo, il film abbia così paura di lasciarci nel dubbio.
Ilaria Berlingeri